A Gibuti la situazione è invariata da mesi. Il Mar Rosso, dove gli Houthi stanno infiammando il conflitto in Medio Oriente, è a pochi chilometri. Mentre i due cacciamine italiani continuano ad aspettare. Crotone e Rimini, partiti dalla Spezia alla fine di maggio con la prospettiva di essere impiegati nelle acque dello Stretto di Hormuz, sono ancora lì. Restano in attesa di indicazioni dalla Marina Militare.
Le unità si trovano nel Paese dell’Africa orientale da più di tre mesi. La missione nacque in primavera. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, la annunciò di fronte alle Commissioni riunite Esteri e Difesa: «In via precauzionale, stiamo disponendo che due cacciamine si posizionino più vicini allo Stretto di Hormuz». La scelta ricadde sulle due unità di stanza in Arsenale e la piccola flotta, scortata dalla fregata “Antonio Marceglia”, partì dalla Spezia. Dopo una breve sosta nella base di Augusta, in Sicilia, riprese la navigazione verso Gibuti. La missione era stata illustrata nei dettagli dallo stesso Crosetto: i due cacciamine dovevano posizionarsi «inizialmente nel Mediterraneo orientale» e successivamente «nel Mar Rosso». Il cappello previsto era quello di missioni già attive, «come Mediterraneo Sicuro o Aspides».
Una volta raggiunta l’area, entrambe le unità avevano l’ordine di rimanere ferme fino a nuovo avviso. Da allora, la situazione è cristallizzata. La missione resta subordinata a una serie di condizioni: in assenza di una tregua stabile, di una legittima cornice giuridica e dell’autorizzazione del Parlamento, Crotone e Rimini non si avvicineranno ulteriormente allo Stretto di Hormuz. Il dispositivo ha previsto lo schieramento di circa 500 militari italiani. I costi dell’operazione restano elevati, anche perché le unità sono impiegate in un’area ad alta intensità di crisi. Al momento, però, non si cambia rotta: entrambe rimarranno a Gibuti, sotto l’egida di una coalizione multilaterale europea autonoma, aspettando nuovi ordini da Roma.