La prossima frontiera della corsa ai missili ipersonici potrebbe non essere una maggiore velocità, ma una maggiore imprevedibilità. La Cina sta studiando l’impiego dell’intelligenza artificiale per rendere i propri veicoli plananti ipersonici (HGV) più capaci di eludere radar e intercettori statunitensi. Il salto concettuale è rilevante: non si tratta soltanto di costruire un missile difficile da fermare, ma di dotarlo della capacità di reagire alla difesa mentre vola.
I principali HGV cinesi sono associati ai missili DF-17 e DF-27. Durante la traiettoria possono effettuare manovre che ne aumentano le capacità di penetrazione. Finora gran parte di queste manovre viene programmata prima del lancio attraverso algoritmi. La ricerca condotta in Cina punta invece a reti neurali capaci di «imparare» la traiettoria degli intercettori, interpretare segnali e emissioni dei sensori e modificare il comportamento del vettore. Gli studi in questa direzione, secondo il rapporto citato dalla fonte, sono in corso almeno dal 2022. È qui che la competizione tecnologica fra Pechino e Washington assume una dimensione strategica. Un missile ipersonico viaggia abbastanza rapidamente da rendere difficile ai sistemi terrestri, navali e aerei mantenere una traccia continua. Se alla velocità si aggiunge la capacità di cambiare traiettoria sulla base delle informazioni raccolte durante il volo, il problema per il difensore diventa duplice: prima bisogna individuare il vettore, poi prevederne il comportamento.
Washington sta cercando di rispondere proprio su questo terreno. I nuovi sistemi statunitensi di tracciamento spaziale e intercettazione nella fase planante sono concepiti per aumentare la capacità di seguire queste armi attraverso una rete di sensori collocati in orbita. La logica è quella di trasferire nello spazio una parte della battaglia che i radar tradizionali faticano a sostenere. Ne deriva una corsa fra algoritmi oltre che fra missili. Se Pechino cerca di insegnare ai propri HGV come evitare un intercettore, Washington può usare a sua volta l’intelligenza artificiale per riconoscere le manovre, anticiparle e correggere la traiettoria degli intercettori. Il risultato è una spirale tecnologica nella quale la superiorità non dipende più soltanto dalle prestazioni fisiche dell’arma, ma dalla qualità del ciclo sensore-algoritmo-decisione.
Ma sarebbe un errore considerare già acquisita una rivoluzione militare cinese. Il rapporto richiamato dalla fonte sottolinea esplicitamente che resta incerto se gli HGV dell’Esercito popolare di liberazione siano oggi realmente capaci di evitare gli intercettori attraverso reti neurali avanzate. Integrare sistemi di deep learning in un’arma ipersonica operativa presenta difficoltà tecniche considerevoli. La questione, dunque, è meno se la Cina possieda già il missile «invincibile» e più quale finestra strategica stia cercando di aprire. Il vantaggio ipersonico può servire a creare una zona di interdizione attorno al teatro operativo, aumentando il rischio per le forze che intendessero intervenire. È soprattutto nello scenario di Taiwan che questa possibilità acquista peso.
In caso di conflitto, Pechino potrebbe puntare a colpire rapidamente basi, navi e infrastrutture dalle quali gli Stati Uniti e gli alleati potrebbero intervenire. Il DF-17 è indicato come arma destinata anche contro basi militari e unità navali nel Pacifico occidentale; il DF-27, con una gittata molto maggiore, può invece estendere la minaccia verso obiettivi statunitensi più lontani. A questi sistemi si aggiungono vettori più recenti lanciabili da piattaforme terrestri, navali, aeree e subacquee.
La posta in gioco è quindi la possibilità di separare Taiwan dai suoi soccorritori. Non occorre necessariamente distruggere tutta la forza americana: potrebbe bastare rendere abbastanza rischioso il suo ingresso nel teatro da ritardarlo o limitarlo. È la logica della negazione dell’accesso applicata a un’arma che diventa progressivamente più difficile da prevedere. La corsa fra Cina e Stati Uniti entra così in una fase nuova. L’ipersonico non è più soltanto una gara sulla velocità; l’IA trasforma il missile in un sistema potenzialmente adattivo. Ma anche la difesa sta diventando adattiva. Il punto decisivo non sarà dunque chi costruisce l’arma più veloce, bensì chi riesce a chiudere più rapidamente il proprio ciclo di osservazione, calcolo e reazione. Nel Pacifico, e soprattutto attorno a Taiwan, questa differenza potrebbe determinare quanto spazio rimarrà alla deterrenza prima che inizi una guerra.