Mentre i media si concentrano sulla rottura dei colloqui con gli Stati Uniti per la firma di un nuovo trattato di libero scambio, il Canada fa sapere di essere ancora un attore importante per quanto riguarda il controllo dell’Artico. Dal quale passa la scommessa del primo ministro Mark Carney, quella di creare un Paese che sappia far conto sulle proprie forze, non potendo più contare sull’alleato storico americano.
Anche per quel motivo lunedì 24 c’è stato l’annuncio da parte dello stesso premier di un nuovo contratto con Davie, azienda della cantieristica con sede a Lévis, in Quebec, per la costruzione di sei nuove navi rompighiaccio per la Guardia Costiera canadese. Un investimento da 11 miliardi di dollari fatto per mantenere “l’autonomia strategica” che dovrebbe creare 5mila posti di lavoro diretti e nell’indotto e contribuire annualmente con 650 milioni di Pil, secondo le stime del governo di Ottawa.
La costruzione inizierà nel 2027, con le prime consegne che avverranno nel corso degli anni ’30, con l’ultima consegna prevista nel 2038.
L’ordine massiccio, che fa parte dell’ambiziosa National Shipbuilding Strategy varata dal governo del premier conservatore Stephen Harper nel 2010 per rinnovare il parco navale della Royal Navy canadese e della Guardia Costiera, è uno step della nuova fase iniziata nel 2019, con l’annuncio della progettazione delle rompighiaccio di nuova generazione.
I cantieri di Davie già nel 2024 avevano ottenuto un primo contratto da 19 milioni di dollari per il design delle imbarcazioni annunciate lunedì 24 agosto e nel 2025 avevano iniziato la costruzione della Polar Max, un bastimento adatto alla navigazione artica tra i più grandi al mondo, commessa da 3 miliardi e 250 milioni di dollari.
Al momento Ottawa può contare su diciotto navi rompighiaccio di diverso tonnellaggio, ma alcune sono particolarmente vecchie, come la Louis S. St-Laurent, in servizio dal 1969, che ha dovuto subire due processi di refitting nel 2022 e nel 2024 e dovrà subire un terzo nel 2027.
Insomma, questi progetti sono necessari per far sì che il Canada possa continuare a mantenere il controllo di 162mila chilometri di coste e proteggersi dall’invasività dei vicini come Mosca: non è chiaro se ora anche Washington si debba considerare in modo simile.
A tal proposito, non è chiaro che fine faccia il patto tripartito con gli Stati Uniti e la Finlandia firmato l’11 luglio 2024 durante l’amministrazione di Joe Biden: difficile che non subisca le conseguenze della rottura commerciale di queste settimane, anche perché richiedeva di condividere tutte le informazioni tra i partner per produrre un numero massiccio di rompighiaccio per proteggere gli interessi occidentali nelle acque polari.
Anche se Donald Trump sembra entusiasta dell’accordo con la Finlandia, tanto da aver emesso un memo destinato al Dipartimento della Difesa citando espressamente il loro know-how, con il Canada è difficile che si riesca a separare i piani. La guerra commerciale, quindi, potrebbe rendere Ottawa una nazione più isolata nel continente americano che può cercare sponde ovviamente con le medie potenze europee ma anche con Pechino.
Una concatenazione di eventi che quindi potrebbe far entrare Pechino anche nell’Artico canadese, ipotesi che fino a qualche mese fa sembrava pura fantascienza.