Stati Uniti, il memo di Trump sulle navi da guerra straniere scontenta la cantieristica a stelle e strisce

La Casa Bianca vuole rafforzare in fretta la flotta militare ricorrendo anche a imbarcazioni comprate all'estero, bypassando i costruttori nazionali. Al Congresso presentati due emendamenti per proibire gli ordinativi in deroga alla legge federale

La portaerei USS Gerald R. Ford

Ultimo aggiornamento 14 agosto 2026 - 16:42

La linea americana sul rilancio della cantieristica non sembra più “America First” ma “America too”. Perché rilanciare l’industria nazionale è importante, ma per rafforzare la flotta militare occorre rivolgersi anche all’estero. È quanto afferma un memo firmato dal presidente Donald Trump diretto al Pentagono pubblicato giovedì. Il quadro dipinto dall’inquilino della Casa Bianca è spietato: c’è “una base industriale atrofizzata, con una scelta ridotta di fornitori che ha dilatato sia i costi che i ritardi alla consegna”.

Quindi, si legge più avanti “bisogna utilizzare una tecnologia che sia testata, affidabile e sostenibile che può essere ottenuta anche stilando contratti con fornitori esteri”. Una posizione che se fosse stata espressa ai tempi dell’amministrazione di Joe Biden, avrebbe attirato gli strali del mondo trumpiano.

C’è anche una bizzarra indicazione tecnica per le portaerei della classe Gerald Ford: basta con la catapulta elettromagnetica, che secondo il presidente è “inefficiente e troppo lenta”. Si torna all’antico, alla propulsione idraulica: per Trump è meno costosa e più efficiente ed entro sessanta giorni il Pentagono dovrà presentare un piano per sostituirle su tutte le imbarcazioni: due sono state completate e ne sono state ordinate dieci in totale.

Il modello a cui l’attuale presidente guarda è il modello “Finlandia”, ovvero quello che è stato applicato per rifornire la Guardia Costiera con due differenti tipologie di rompighiaccio: prima verranno consegnate le prime due imbarcazioni (la data prevista è il 2028 circa) prodotte in un cantiere di Helsinki, poi verrà completato il rinnovamento di uno stabilimento di Galveston, in Texas, per produrne altre tre. Quindi prima si prendono le navi da un fornitore lontano poi si pensa al rafforzamento della produzione nazionale.

Secondo il codice delle leggi federali, aggiornato nel 2018, le navi da guerra e le rompighiaccio non possono essere costruite all’estero, ma il presidente può consentirne l’acquisto per ragioni di “sicurezza nazionale”. E nelle richieste indicate dal Pentagono per il budget del 2027 c’è anche uno stanziamento di 1 miliardo e 850 milioni di dollari per studiare una tipologia di navi da guerra. Secondo un report pubblicato dallo U.S. Naval Institute le navi interessate sono quelle giapponesi e sudcoreane.

Una volta completata la complessa analisi, il segretario alla Difesa Pete Hegseth dovrebbe presentare un piano d’acquisto per un modello di fregata da presentare al direttore dell’Ufficio Management e Budget Russell Vought. L’idea è stata accolta con fredda ostilità da parte da parte dallo Shipbuilders Council of America, la principale associazione di categoria della cantieristica a stelle e strisce.

In un comunicato il presidente Matt Paxton ha detto in modo netto che “ogni scafo costruito all’estero è uno scippo ai cantieri americani di commesse, posti di lavoro e capacità industriale: tutto ciò che l’attuale amministrazione aveva promesso di ricostruire”. E si conclude con l’appello al Congresso di far sì che “i finanziamenti federali alla cantieristica rafforzino la nostra industria e non la aggirino”.

E in Campidoglio qualcuno aveva già ascoltato lo scorso luglio: il deputato democratico Jared Golden ha presentato un emendamento, approvato a larga maggioranza in commissione difesa, che impedirebbe di finanziare la costruzione di navi da guerra americane nei cantieri esteri. E anche al Senato nella sua bozza per il rifinanziamento del Pentagono ha inserito il divieto per il presidente di bypassare la legge federale anche per ragioni di sicurezza nazionale. Entrambe le bozze sono destinate a schiantarsi contro il veto del presidente ma si evidenzia come anche gli obiettivi dei repubblicani al Congresso si stiano separando dai desiderata della Casa Bianca.