Stati Uniti, la rinascita della cantieristica navale al centro della nuova strategia marittima americana

La Cina produce circa tre navi militari per ogni unità consegnata ai cantieri americani, grazie a una potenza industriale sostenuta dallo Stato e da economie di scala enormi. Nel 2024, i cantieri cinesi hanno ottenuto il 75% degli ordini mondiali di nuove costruzioni, mentre Corea del Sud e Giappone insieme si sono fermati al 20%.

Ultimo aggiornamento 7 ottobre 2025 - 18:23

di Michael Roberts, Senior Fellow presso l’Hudson Institute e fondatore dell’American Maritime Security Initiative
(testo tratto da un’analisi dell’Hudson Institute e pubblicata da Hanwa, il colosso coreano della cantieristica navale)

Quando, il 4 marzo 2025, il presidente Donald Trump ha parlato davanti al Congresso per la prima volta nel suo secondo mandato, uno dei passaggi più applauditi del discorso è stato quello dedicato alla rinascita dell’industria navale americana.

“Per rafforzare la nostra base industriale della difesa, faremo risorgere la cantieristica navale americana, sia commerciale che militare. Una volta costruivamo molte navi. Ora quasi non lo facciamo più, ma torneremo a farlo – e molto presto.”

A un mese da quelle parole, la Casa Bianca ha dato seguito con un Ordine Esecutivo e una serie di misure economiche, tra cui sanzioni contro l’industria navale e marittima cinese. Pochi giorni dopo, un gruppo bipartisan di deputati e senatori ha presentato il “SHIPS for America Act”, un disegno di legge per riformare radicalmente la politica marittima statunitense.

Secondo Roberts, queste iniziative potrebbero invertire decenni di declino che hanno indebolito la flotta mercantile e la cantieristica americana, trasformando il settore marittimo in una vera leva strategica nazionale. Il momento è simbolico: nel 2025 la US Navy celebra i 250 anni dalla sua fondazione.

Oggi la sfida è geopolitica. La Cina produce circa tre navi militari per ogni unità consegnata ai cantieri americani, grazie a una potenza industriale sostenuta dallo Stato e da economie di scala enormi. Nel 2024, i cantieri cinesi hanno ottenuto il 75% degli ordini mondiali di nuove costruzioni, mentre Corea del Sud e Giappone insieme si sono fermati al 20%.

Per colmare il divario, Washington punta su una strategia in tre fasi:

  1. Ridurre la dipendenza da Pechino, sfruttando il potere d’acquisto degli Stati Uniti come principale importatore globale. Le sanzioni sui porti americani hanno già ridotto il valore delle navi cinesi sul mercato internazionale.

  2. Espandere e modernizzare la flotta mercantile americana, triplicando le unità battenti bandiera USA e costruendo, nel lungo periodo, navi di nuova generazione in cantieri statunitensi. Il fulcro sarà lo Strategic Commercial Fleet Program, che offrirà incentivi e tariffe agevolate alle compagnie che sceglieranno di “Ship American”.

  3. Rafforzare la cooperazione con gli alleati, in particolare con Corea del Sud e Giappone. Un esempio è l’espansione del Philly Shipyard, acquisito nel 2024 dal gruppo sudcoreano Hanwha, che prevede nuovi investimenti e il trasferimento di tecnologia avanzata negli Stati Uniti.

L’obiettivo è chiaro: ricostruire la capacità navale commerciale americana e consolidare una filiera industriale in grado di sostenere la difesa nazionale in caso di crisi.

“Trasformare l’industria marittima americana in un vero asset strategico richiederà più che retorica,” scrive Roberts. “Ma gli ordini esecutivi, le iniziative bipartisan e gli investimenti privati mostrano che qualcosa si muove. La potenza marittima è, e resta, potenza nazionale.”