Una vera e propria rivoluzione copernicana scuote il Pentagono e la Marina militare degli Stati Uniti. Con un memorandum dirompente, il presidente Donald Trump ha ordinato di aprire le porte dei contratti militari a cantieri navali stranieri, puntando dritto sui partner asiatici come Giappone e Corea del Sud, per aggirare la paralisi, i ritardi cronici e i costi fuori controllo dei cantieri domestici. Una scelta spregiudicata che punta a colmare i vuoti strutturali della base industriale a stelle e strisce, ma che ha già fatto saltare sulla sedia il Congresso e i sindacati dei costruttori navali, pronti a dare battaglia per difendere il “made in USA” della difesa.
Ma la scure dell’amministrazione non si abbatte solo sugli appalti esteri. Il provvedimento impone una clamorosa marcia indietro anche sul gioiello tecnologico della flotta: le portaerei di classe Ford. Trump ha ordinato di cancellare i moderni sistemi di lancio elettromagnetici EMALS e gli avveniristici ascensori magnetici per le munizioni, bollati come congegni faraonici, troppo complessi e inaffidabili. A partire dalla futura USS Doris Miller, la Marina dovrà ripiegare sulle collaudate e tradizionali catapulte a vapore e sui sistemi idraulici, in un netto cambio di rotta rispetto all’innovazione degli ultimi anni.
Una frenata tecnologica che fa infuriare l’industria high-tech, la quale avverte: cambiare rotta a metà percorso rischia di consegnare un vantaggio competitivo agli avversari globali, indebolendo la preparazione strategica della superpotenza. Tra veti incrociati del Parlamento, l’opposizione dei colossi cantieristici e una burocrazia militare finita nel mirino per inefficienza, il futuro della potenza navale americana entra in una fase di profonda e incandescente tempesta istituzionale.