Nel mondo proliferano i chokepoint, Us Navy sotto pressione

Una mappa del Naval Institute statunitense mostra le difficoltà della Marina americana e perché Washington punta su costruzioni navali e coinvolgimento maggiore della Nato

La mappa del Naval Institute relativa al 17 agosto

Ultimo aggiornamento 18 agosto 2026 - 15:37

Il Naval Institute statunitense ha pubblicato una mappa di aggiornamento sulla posizione delle principali unità della Marina statunitense intorno al globo. Nessuna di queste si trova fra Caraibi, Atlantico e Mediterraneo. Sintomatico è ad esempio il fatto che nei mesi scorsi il minacciato blocco navale di Cuba sia diventato una guerra di logoramento economico.

L’Us Naval Insitute non fa commenti sullo scenario che presenta e la mappa, trattandosi di questioni militari, non rivela tutte le dislocazioni statunitensi di mezzi sensibili, ad esempio non ci sono i sottomarini, ma fotografa comunque bene la situazione in cui si trovano oggi gli Stati Uniti nel mondo, dalla crisi dell’equipaggio della portaerei Lincoln alle pressioni dell’amministrazione Trump sugli alleati della Nato perché condividano le spese fino alle incertezze con gli alleati nel Mar Cinese.

Al centro di tutto c’è la strategia Usa per il rilancio dei cantieri navali, cominciata con Biden e proseguita con Trump, in chiave in primo luogo di contenimento della supremazia industriale cinese, ma sempre più anche per rinnovare quella navale militare americana.

Gli Stati Uniti possiedono 11 grandi portaerei nucleari e 9 navi d’assalto anfibie (equivalenti a portaerei leggere), ma non tutte sono operative: molte si trovano in porti nazionali per lavori di revisione o in vista della dismissione (è il caso della storica Nimitz) o al contrario della entrata in servizio, come la Uss John F. Kennedy.

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La Marina degli Stati Uniti utilizza queste unità come perno di gruppi navali per proiettare la propria potenza militare, proteggere le rotte commerciali e rispondere rapidamente alle crisi globali.

Le portaerei sono al centro dei Carrier Strike Group (Csg). Ogni gruppo è costruito attorno a una portaerei a propulsione nucleare (classe Nimitz o Ford), che trasporta oltre 60-70 velivoli (tra cui caccia F/A-18, aerei radar E-2 e velivoli da guerra elettronica). Il gruppo tipicamente è composto da una portaerei, incrociatori lanciamissili e cacciatorpediniere (per la difesa antiaerea e antisommergibile), affiancati da un sottomarino d’attacco nucleare invisibile e navi da rifornimento. Le funzioni principali sono attacchi a lungo raggio contro obiettivi terrestri o navali, controllo dello spazio aereo e marittimo su vasta scala e deterrenza psicologica.

Le navi anfibie guidano gli Amphibious Ready Group (Arg)  che lavorano sempre in sinergia con una Marine Expeditionary Unit (Meu), ovvero una forza di circa 2.200 Marines. Questi gruppi sono composti da una nave da sbarco principale a “ponte continuo” (che somiglia a una portaerei più piccola e trasporta elicotteri, convertiplani MV-22 Osprey e jet a decollo verticale F-35B) e altre 2 navi anfibie minori per il trasporto di mezzi pesanti, hovercraft e truppe. Le funzioni sono sbarchi anfibi, incursioni costiere, evacuazione di civili in zone di guerra e missioni di assistenza umanitaria o soccorso in caso di disastri.

Attualmente, come mostra la mappa, il grosso delle forze operative è situato nel Golfo Persico, con i due Csg delle portaerei Uss George H.W. Bush e Uss Abraham Lincoln, affiancati da un Arg. Nei giorni scorsi è emersa la situazione di difficoltà della Lincoln, operativa da oltre sette mesi, un periodo eccezionale per questo tipo di missioni, per garantire il blocco navale nello Stretto di Hormuz. Attualmente la Uss George Washington si sta muovendo dallo Stretto di Malacca per darle il cambio, indebolendo però così il fianco del Mar Cinese.

In quell’area rimane operativa l’unità anfibia Uss Tripoli, di stanza in Giappone, che può essere utilizzata come ammiraglia di gruppi Arg, ma anche Csg.

Mantenere due portaerei contemporaneamente nello stesso settore (Lincoln e Bush) è una mossa eccezionale. Serve a far funzionare a pieno regime il blocco dei porti e delle città costiere iraniane coordinato dal Centcom, il comando centrale statunitense. La dislocazione rivela una vulnerabilità strutturale. Si spiega indirettamente perché la Casa Bianca sia stata costretta a emanare direttive straordinarie per ricostruire la base industriale navale nazionale, poiché mancano navi pronte a darsi il cambio.

Per alimentare la morsa attorno all’Iran, Washington ha dovuto “spogliare” temporaneamente il quadrante dell’Asia orientale spostando la George Washington verso ovest. Questo riduce temporaneamente la deterrenza diretta attorno a Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale contro la Cina.

Negli ultimi mesi si è avuto il proliferare dei chokepoint, cioè di strettoie marittime potenzialmente nel mirino delle nazioni costiere. Non c’è soltanto Hormuz o Bab El Mandeb: gli Stati Uniti hanno denunciato le mire cinesi su Panama, riaffermando la propria influenza sul Canale. Altri punti strategici si stanno rivelando ad esempio lo Stretto di Malacca e gli stretti danesi, ma anche la rotta Artica. E persino lo Stretto di Gibilterra potrebbe diventare un’area calda per le tensioni fra Marocco e Spagna.

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La flotta Usa non era attrezzata per coprire una rete così vasta. L’assenza di gruppi d’attacco o anfibi nell’Atlantico e nel Mediterraneo è una situazione anomala rispetto al passato. Si tratta del risultato diretto di una crisi globale e di un pesante deficit operativo che sta costringendo il Pentagono a fare scelte drastiche.

Storicamente, la Sesta Flotta degli Stati Uniti mantiene quasi sempre una presenza fissa (o frequenti rotazioni) di un Csg o di un Arg nel Mar Mediterraneo, specialmente per rassicurare gli alleati della Nato e monitorare i movimenti russi dal Mar Nero e in passato dalle basi in Siria. Oggi, la presenza americana in tutto il teatro europeo è ridotta a pochissimi cacciatorpediniere indipendenti (come la USS Roosevelt e la USS Paul Ignatius di stanza a Rota, in Spagna).

Questa carenza sta portando a maggiori responsabilità operative intorno all’Europa per i Paesi alleati più attrezzati militarmente, come Regno Unito, Francia e Italia. Indirettamente questo si fa sentire anche sul fronte aereo dell’Europa dell’Est, con i recenti episodi di droni abbattuti da aerei italiani nel Baltico e spagnoli in Romania, zone dove in passato i primi a intervenire sarebbero stati gli Usa.

Per mantenere la pressione militare e il blocco navale attorno all’Iran, il Pentagono ha dovuto letteralmente prosciugare gli altri teatri operativi. Tradizionalmente gli Stati Uniti gestivano le flotte distribuendole equamente tra Pacifico, Atlantico-Mediterraneo e Medio Oriente. Oggi, la guerra in corso in Medio Oriente ha costretto a richiamare persino le navi destinate al Pacifico (come la USS George Washington), lasciando temporaneamente scoperte altre aree vitali.