È bastata una notte per far saltare l’equilibrio precario costruito nelle ultime settimane. Gli Stati Uniti hanno colpito postazioni iraniane nell’area dello Stretto di Hormuz e Teheran ha risposto lanciando missili contro obiettivi militari americani in Giordania. Poco dopo, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di avere intercettato un drone proveniente dall’Iran. Una nuova escalation che riporta la guerra al centro della crisi mediorientale, a sei mesi dall’inizio delle ostilità.
Il punto di partenza è Larak, piccola isola iraniana al largo di Bandar Abbas, affacciata sullo Stretto di Hormuz. Secondo il Comando centrale statunitense, le forze americane hanno distrutto due lanciarazzi appartenenti alle Guardie rivoluzionarie iraniane, sostenendo che fossero pronti a impiegare mine navali nello stretto. L’operazione, ha spiegato il Centcom, sarebbe stata una risposta «limitata e precisa» a una minaccia imminente contro la navigazione commerciale.
La versione americana arriva pochi giorni dopo l’annuncio di Washington secondo cui le rotte internazionali dello Stretto erano state liberate dalle mine. Il presidente Donald Trump aveva avvertito che qualsiasi nuovo tentativo iraniano di minare il passaggio marittimo sarebbe stato immediatamente contrastato. È proprio Hormuz, dunque, a tornare il principale detonatore del conflitto: un corridoio largo solo poche decine di chilometri nel punto più stretto, ma essenziale per il trasporto mondiale di petrolio e gas. La risposta iraniana non si è fatta attendere. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato di avere lanciato missili balistici contro due basi utilizzate dalle forze statunitensi in Giordania, sostenendo di aver provocato «pesanti danni». Amman ha però dichiarato che i propri sistemi di difesa aerea hanno intercettato e distrutto otto missili entrati nello spazio aereo del Paese, senza fornire indicazioni definitive sulla loro provenienza.
Teheran ha inoltre rivendicato un’azione contro una base militare negli Emirati Arabi Uniti, dove sono presenti militari americani. Abu Dhabi ha definito «totalmente infondate» le notizie relative a un attacco missilistico contro la base di Al-Minhad. Il ministero della Difesa emiratino ha tuttavia confermato di essere intervenuto contro un drone individuato sulle proprie acque territoriali mentre si avvicinava dalla direzione dell’Iran. L’episodio aggiunge un ulteriore elemento di tensione in una regione che rischia di diventare nuovamente teatro di una guerra allargata. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha assicurato che il suo Paese non cerca una guerra, ma ha promesso una risposta «decisiva» a quella che Teheran considera un’aggressione americana. Le Guardie rivoluzionarie hanno definito l’attacco statunitense un grave errore strategico e hanno rivendicato la successiva azione contro le basi americane come legittima difesa.
Anche sul bilancio dei bombardamenti restano versioni divergenti. I media iraniani hanno riferito di vittime tra militari e civili dopo l’attacco a Larak. Trump, invece, ha sostenuto che la strategica isola di Kharg, principale terminale petrolifero iraniano, sarebbe stata «ridotta in macerie». Una dichiarazione che appare però in contrasto con le informazioni diffuse dal comando militare americano, che aveva indicato Larak come obiettivo, non Kharg. La compagnia petrolifera nazionale iraniana ha negato che le attività sull’isola di Kharg siano state interrotte.
La ripresa degli attacchi arriva mentre la diplomazia sembra essersi nuovamente inceppata. Washington ha fatto sapere nei giorni scorsi che non sono in corso negoziati con Teheran, mentre Iran e Oman continuano a discutere della possibilità di ripristinare una navigazione regolare attraverso Hormuz. Qatar e altri mediatori regionali cercano di mantenere aperto un canale diplomatico, ma il futuro dello stretto resta legato alle più ampie questioni di sicurezza e al rapporto tra Iran e Stati Uniti.

Il contrasto è evidente anche nella strategia americana. Nelle ultime settimane Trump aveva spostato il baricentro dalla pressione militare a quella economica, annunciando nuove sanzioni contro l’Iran e contro gli intermediari stranieri che continuano a trattare con il sistema finanziario iraniano. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha prospettato nuove sanzioni secondarie con cadenza settimanale, a partire dagli istituti bancari. L’obiettivo dichiarato è aumentare il costo economico per Teheran senza dover ricorrere continuamente alla forza militare. L’azione su Larak dimostra però quanto sia fragile questa strategia. Il controllo dello Stretto di Hormuz rimane una questione sulla quale nessuna delle due parti sembra disposta a cedere. Per l’Iran rappresenta una leva strategica e politica; per Washington è una rotta che deve restare aperta per proteggere il commercio internazionale e la sicurezza energetica.
Dopo sei mesi di guerra, la situazione appare così sospesa tra deterrenza ed escalation. Il cessate il fuoco aveva ridotto drasticamente l’intensità degli scontri, ma gli incidenti intorno a Hormuz hanno continuato a erodere quella tregua. Ora il ritorno dei missili e dei droni rischia di trasformare una fase di conflitto a bassa intensità in una nuova spirale di rappresaglie. E ogni nuova mina, ogni nave fermata, ogni base colpita può diventare il punto di partenza per un’escalation che nessuna delle diplomazie coinvolte sembra oggi in grado di controllare.