Colloqui su Hormuz, ottimismo da parte Usa: “Accordo vicino” ma l’Iran frena

Le dichiarazioni del segretario di Stato Marco Rubio e del Segretario al Tesoro Scott Bessent puntano a una riapertura dello Stretto di Hormuz nei prossimi giorni ma da Teheran trapela scetticismo

Ultimo aggiornamento 4 agosto 2026 - 20:54

Dopo la chiusura da parte del ministero degli esteri iraniano nella giornata di lunedì, sembra riaprirsi uno spiraglio nelle trattative indirette tra Stati Uniti e Iran. Due dichiarazioni ravvicinate da parte di due esponenti dell’amministrazione Trump sembrano suscitare un cauto ottimismo. Da una parte il segretario di Stato Marco Rubio che ha affermato di fronte ai giornalisti al dipartimento di Stato che “ci sono dei progressi fatti in questi colloqui senza però aver finalizzato nulla”.

In un’intervista alla rete televisiva Cnbc invece, il segretario al Tesoro Scott Bessent si è spinto oltre: “c’è una chance che potremmo avere un accordo con gli iraniani al massimo per mercoledì per aprire lo Stretto e andare verso la normalizzazione del conflitto”. Secondo la Reuters, c’è comunque un dialogo in corso, al di là delle smentite da parte di Teheran nella giornata di lunedì, con una conferma ufficiale di questa posizione e l’annuncio parallelo sui colloqui in corso con l’Oman per la gestione del traffico a Hormuz.

Però alcuni retroscena rivelano che i mediatori omaniti, qatarioti e pakistani stanno favorendo un reciproco scambio di bozze tra le due parti in conflitto, gli stessi attori diplomatici coinvolti nell’effimero memorandum di Islamabad, firmato il 17 giugno scorso a Versailles con la mediazione finale tra il vicepresidente statunitense J.D. Vance e il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, collassato l’8 luglio dopo ripetute violazioni del cessate il fuoco da entrambe le parti. Una dichiarazione pakistana anonima registrata da Reuters però ridimensiona l’ottimismo da parte statunitense di martedì con l’affermazione che al di là del grande lavorio dietro le quinte, l’obiettivo di queste trattative è che i contendenti “almeno concordino sull’inizio del dialogo”.

Tutto sembra quindi fermo nella prima casella del gioco diplomatico. Sullo sfondo c’è il rischio che permane nei tentativi di passaggio che fanno le navi nello Stretto di Hormuz, dato che sia il passaggio controllato dello Stretto sotto l’egida della marina iraniana che il controblocco statunitense al largo dell’Oman continuano a rimanere in piedi. Oltre a questo, gli Houthi in Yemen stanno cercando di imporre un blocco navale alla marina mercantile saudita per frenare l’export petrolifero che tenta di aggirare il blocco attraverso l’oleodotto Est-Ovest e il trasporto su gomma dai pozzi del Golfo Persico alle coste del Mar Rosso.

E ancora martedì c’è stato un incidente che ha coinvolto una nave mercantile non ancora identificata, che ha visto l’evacuazione dei marittimi e ha registrato un disperso tra l’equipaggio. La scorsa settimana l’unico dialogo in corso in modo aperto si è bruscamente interrotto per il rifiuto da parte di Teheran di accettare la proposta omanita sul controllo congiunto dello Stretto con la collezione di un pedaggio soltanto su base volontaria, senza imposizioni.

La posizione del regime degli Ayatollah al momento rimane quella di avere il controllo esclusivo sulle navi dirette nel Golfo Persico e la supervisione su quelle in uscita, con facoltà di intervento a bordo se necessario. D’altro canto, a Teheran non c’è fretta: sono ben noti i problemi delle forze armate statunitensi sullo stoccaggio delle munizioni di missili e bombe e gli osservatori ritengono che la ragione della sospensione dell’attacco americano previsto per lo scorso weekend sia proprio questa e non la magnanima concessione di Washington al dialogo diplomatico.