Il Pentagono punta sui microreattori nucleari per rendere invulnerabili le basi Usa

L’esercito americano affida a cinque aziende la costruzione di microreattori nucleari per proteggere le basi strategiche dai blackout

epa13195225 US President Donald Trump listens prior to signing an executive order to rename Lake Ontario as Lake America, amid a recent trade war, in the Oval Office of the White House in Washington, DC, USA, 27 August 2026. EPA/AL DRAGO / POOL

Ultimo aggiornamento 28 agosto 2026 - 13:07

L’esercito degli Stati Uniti sta preparando una piccola rivoluzione energetica: portare i microreattori nucleari direttamente dentro le grandi basi militari per garantire elettricità anche nel caso di un collasso della rete civile. Il programma, battezzato Project Janus, vale fino a 2,2 miliardi di dollari e coinvolge cinque aziende, ciascuna associata a una base dell’Us Army.

L’obiettivo non è soltanto produrre energia. È soprattutto rendere le installazioni militari più resilienti a sabotaggi, attacchi informatici, calamità naturali e interruzioni della rete elettrica. Radar, comunicazioni, sistemi di comando, droni e nuove armi a energia diretta richiedono infatti una disponibilità continua di elettricità. In una guerra sempre più dipendente dall’infrastruttura digitale, la sicurezza energetica diventa parte integrante della capacità di combattimento. I cinque progetti saranno sviluppati a Fort Bragg, in North Carolina; Fort Campbell, in Kentucky; Fort Hood, in Texas; Fort Benning, in Georgia; e Fort Drum, nello Stato di New York. I reattori dovranno raggiungere almeno una prima operatività entro settembre 2028, scadenza fissata dall’amministrazione Trump.

La scommessa è tecnologicamente ambiziosa. Negli Stati Uniti non esiste ancora un microreattore nucleare commerciale pienamente operativo e l’esercito riconosce apertamente che alcuni dei cinque concorrenti potrebbero fallire. I contratti prevedono pagamenti legati al raggiungimento dei diversi traguardi, trasferendo una parte significativa del rischio sui fornitori. La formula scelta è inoltre particolare: i reattori saranno di proprietà e gestione delle aziende, mentre l’esercito fornirà supporto tecnico e collaborerà al processo di autorizzazione. Washington vuole così trasformare le proprie basi in una sorta di banco di prova per una tecnologia che, se funzionerà, potrebbe trovare applicazioni anche al di fuori del settore militare.

È qui che Janus assume un significato più ampio. Il Pentagono non vuole soltanto risolvere il problema energetico delle proprie installazioni: punta a creare un’industria americana dei microreattori nucleari. Le commesse militari possono infatti garantire alle aziende una prima domanda, permettere di accumulare esperienza operativa e contribuire a ridurre i costi prima dell’ingresso sul mercato civile. La logica ricorda quella seguita in altri settori strategici statunitensi: lo Stato assume parte del rischio iniziale per accelerare tecnologie considerate decisive per la sicurezza nazionale. In questo caso, però, la posta in gioco è doppia. Da una parte c’è la continuità delle operazioni militari; dall’altra la possibilità di costruire una filiera nucleare avanzata capace di competere con i programmi di altri paesi.

Resta il nodo dei costi. I microreattori difficilmente saranno competitivi, nell’immediato, con gas naturale o grandi impianti convenzionali. Per l’esercito, tuttavia, il criterio non è soltanto economico: pagare un sovrapprezzo può essere razionale se significa mantenere operativi radar, centri di comando e sistemi d’arma quando la rete civile non è più affidabile. Il progetto dovrà però superare anche l’esame delle comunità locali e delle autorità ambientali. L’Us Army promette consultazioni pubbliche e sostiene che i sistemi saranno progettati per ridurre al minimo i rischi radiologici. La sicurezza percepita sarà comunque decisiva per l’espansione del programma.

Janus è dunque qualcosa di più di un progetto energetico. È il tentativo americano di trasformare l’autonomia elettrica in una capacità militare, sottraendo almeno una parte dell’apparato bellico alla vulnerabilità della rete nazionale. Se i microreattori riusciranno a mantenere le promesse, le basi Usa potrebbero diventare non soltanto nodi della potenza militare americana, ma anche i primi laboratori di una nuova infrastruttura nucleare distribuita.