Sei mesi dopo l’inizio degli attacchi israelo-americani contro l’Iran, la guerra è entrata nella sua fase più pericolosa: quella dello stallo. Non c’è una vera pace, il cessate il fuoco raggiunto a giugno si è progressivamente sgretolato e la diplomazia non riesce a riaprire una strada credibile verso un accordo. Ma nemmeno c’è, almeno per ora, una nuova escalation militare capace di cambiare definitivamente gli equilibri.
È un equilibrio precario, nel quale il fronte più importante rischia di essere quello economico ed energetico.
Teheran lo ha capito e lo dice apertamente. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf ha avvertito che ogni nuovo attacco contro gli interessi e la sicurezza dell’Iran riceverà una risposta «più rapida, più pesante e più dolorosa». Non è soltanto una minaccia militare. L’Iran conserva infatti due strumenti di pressione che vanno ben oltre il campo di battaglia: la capacità di colpire gli interessi americani nella regione e quella di condizionare il traffico petrolifero attraverso lo Stretto di Hormuz.
Ed è qui che la crisi iraniana diventa una crisi globale.
Prima della guerra, attraverso Hormuz transitava circa un quinto dell’offerta mondiale di petrolio. Oggi i flussi sono ridotti, ma non azzerati. Il segretario americano all’Energia Chris Wright sostiene che stanno ancora passando oltre 9 milioni di barili al giorno e che, considerando anche le pipeline alternative, i volumi sarebbero tornati a oltre due terzi dei livelli pre-conflitto. È una fotografia che racconta bene la natura della partita: Washington vuole dimostrare di poter mantenere aperta la rotta strategica; Teheran vuole dimostrare di poterla mettere sotto pressione.
In mezzo ci sono le navi.
Gli Stati Uniti affermano di avere già deviato 92 mercantili, disabilitato tre navi e abbordato altre due nell’ambito del blocco delle esportazioni iraniane. Sabato sono stati inoltre colpiti tre tanker iraniani, dopo il lancio di missili balistici da parte dei Guardiani della Rivoluzione contro due unità della Marina americana. Una dinamica che porta progressivamente la guerra dentro la catena logistica dell’energia.
E poi c’è Kharg Island, il punto più delicato dell’intero sistema petrolifero iraniano. Prima del conflitto passava da qui circa il 90% del greggio esportato da Teheran. L’isola è stata colpita centinaia di volte nei mesi precedenti, secondo quanto riferito dal ministro iraniano del Petrolio, ma continua a operare. Il messaggio è chiaro: colpire l’infrastruttura non significa necessariamente riuscire a fermare il flusso.
È questa la nuova frontiera dello scontro. Non più soltanto distruggere basi o lanciare missili, ma rendere economicamente insostenibile la capacità dell’avversario di resistere. Washington punta a soffocare le esportazioni iraniane e a impedire l’elusione delle sanzioni. Teheran risponde cercando di dimostrare che anche il costo della pressione può essere globale.
Ma l’Iran ha un problema interno altrettanto serio. Il ministro dell’Economia Ali Madanizadeh ha ammesso che inflazione, oscillazioni della valuta, disoccupazione e gestione del mercato sono diventate emergenze centrali. La leadership iraniana sostiene che le sanzioni non cambieranno la linea politica del Paese, ma sa che la tenuta economica è ormai parte integrante della guerra.
Ed è proprio questo il paradosso dello stallo. Nessuno dei due contendenti sembra in grado di ottenere una vittoria rapida, ma entrambi conservano strumenti sufficienti per aumentare il costo del conflitto. Gli Stati Uniti possono stringere la morsa sulle esportazioni. L’Iran può colpire infrastrutture, navi e rotte. E ogni escalation rischia di trasformare Hormuz da semplice teatro della crisi a detonatore per il mercato mondiale dell’energia.
La guerra, insomma, non è ferma. Si è spostata.
E mentre Washington e Teheran misurano la propria capacità di resistenza, sono ancora una volta le navi commerciali a trovarsi nel mezzo. Per lo shipping, la vera domanda non è più soltanto quando finirà la guerra. È quanto a lungo il sistema marittimo globale potrà continuare a funzionare sotto questa pressione senza che il prossimo colpo trasformi uno stallo in una nuova crisi energetica mondiale.