La Turchia ha alzato il livello dello scontro diplomatico nel Mediterraneo orientale, bloccando i lavori di ricerca per un cavo sottomarino progettato per collegare Israele, Cipro e Grecia con la Francia. L’operazione, a guida saudita con il 20% di partecipazione della greca Public Power Corporation, vale circa 850 milioni di dollari. Il fermo è scattato all’indomani di un’azione di sorveglianza effettuata dalla nave Fugro Gauss, battente bandiera di Gibilterra, nel tratto oggetto di studio.
Dopo che Cipro aveva diramato un avviso Navtex per consentire i rilievi, la Turchia ha risposto con un proprio contromessaggio dall’ufficio nautico di Antalya. Poco dopo, una fregata della marina turca si è avvicinata al mezzo in questione, evocando chiaramente l’invio di un segnale di opporsi energicamente a iniziative che – secondo Ankara – ignorano i diritti turchi sulle acque contese del Mediterraneo orientale. Il ministero della Difesa di Ankara ha ribadito che qualunque progetto che esuli da una preventiva coordinazione con la Turchia sarà considerato illegittimo. La Turchia ha richiamato i diritti sulla propria piattaforma continentale, già notificati alle Nazioni Unite nel 2020, sostenendo che i rilievi in corso violano quei confini. Nella visione turca, iniziative autonome o unilaterali non sono ammissibili, e ogni attività – anche soltanto di sondaggio – richiede l’approvazione preventiva delle autorità turche.
Il progetto in questione – noto come East to Med Corridor – punta a posare un cavo in fibra ottica da Israele alla Francia via Cipro e Grecia, infrastruttura che contribuirebbe a diversificare le rotte delle telecomunicazioni e rafforzare la connettività regionale. Ma la risalita delle tensioni segue il filone di rivalità che contrappone Ankara alla cooperazione trilaterale con Atene e Nicosia.
La posizione di Atene è che il lavoro rispetti il diritto internazionale come sancito dalla Convenzione sul diritto del mare (UNCLOS), che garantisce la libertà di posa di cavi in mare aperto, purché la sovranità dei Paesi costieri, in merito all’esplorazione e alla conduzione di attività autorizzate, non venga compromessa. Da quel punto di vista, la protesta turca sembra un tentativo di subordinare le operazioni di ricerca a un diritto di veto, anche in aree ancora non demarcate. Sul fronte politico, Atene ha manifestato l’intenzione di riprendere i lavori già da settembre. La Turchia interpreta la vicenda come una sfida strategica alle proprie ambizioni regionali, alimentando un braccio di ferro che solleva interrogativi sul futuro dei progetti infrastrutturali condivisi nel Mediterraneo orientale.