Zelensky sotto assedio: l’ultima guerra è per il potere. E l’Ucraina rischia di spaccarsi

La richiesta di elezioni dell’ex ministro Fedorov mette Zelensky davanti al suo dilemma più difficile: difendere la democrazia senza consegnare a Mosca l’arma della delegittimazione

Un attacco russo a Zaporizhzhia

Ultimo aggiornamento 19 agosto 2026 - 16:33

È la sfida interna più delicata affrontata finora da Volodymyr Zelensky. Ma, almeno nell’immediato, difficilmente produrrà conseguenze concrete. L’appello dell’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov a tenere elezioni presidenziali anche durante la guerra colpisce però uno dei punti più vulnerabili del presidente ucraino: la sua legittimità politica, già messa sotto pressione dal calo dei consensi, dalle continue modifiche ai vertici del potere e dalle accuse di corruzione che hanno coinvolto alcuni esponenti del suo entourage.

Fedorov, giovane volto della modernizzazione tecnologica ucraina ed ex ministro allontanato dal governo dopo mesi di scontri con i vertici militari e con quella che considerava la vecchia guardia, ha scelto un terreno apparentemente inattaccabile: quello della democrazia. Nel suo intervento, pronunciato subito dopo la nomina del nuovo ministro della Difesa, ha sostenuto che la democrazia non può essere «ostaggio della Russia» e che l’Ucraina combatte proprio per restare uno Stato europeo libero. Il problema è che, nelle condizioni attuali, organizzare un voto sarebbe estremamente complicato. La legge marziale impedisce lo svolgimento delle elezioni durante la guerra e gli esperti ritengono che persino in tempo di pace servirebbero mesi per adeguare norme, infrastrutture e procedure agli standard europei. Oggi, invece, non esiste un cessate il fuoco stabile e il territorio ucraino continua a essere colpito quotidianamente.

Mykhailo Fedorov

 

 

Un’elezione incompleta rischierebbe di trasformarsi in un’arma nelle mani del Cremlino. Mosca sostiene da tempo che l’assenza di elezioni renda Zelensky illegittimo, ignorando naturalmente il carattere fortemente controllato del proprio sistema elettorale. Un voto contestato, con milioni di cittadini impossibilitati a partecipare, offrirebbe alla propaganda russa un argomento difficilmente migliore. Le difficoltà sarebbero enormi. Come potrebbero votare i soldati impegnati al fronte, spesso con comunicazioni precarie? Come garantire il diritto di voto ai cittadini che vivono nei territori occupati? E come organizzare elezioni per i milioni di ucraini rifugiati all’estero? Un eventuale sistema digitale potrebbe facilitare alcune operazioni, ma rischierebbe di escludere una parte della popolazione, a cominciare dagli anziani che vivono lontano dalla tecnologia. A ciò si aggiunge la questione dei militari dispersi, il cui status resta in molti casi irrisolto.

Il risultato potrebbe essere un’elezione percepita come incompleta e quindi vulnerabile alle accuse di brogli o manipolazioni. L’Europa si troverebbe davanti a una scelta difficile: sostenere un risultato contestato oppure assistere a un trasferimento di potere in condizioni di emergenza, con il rischio di paralizzare le istituzioni di Kyiv proprio mentre il Paese combatte per la propria sopravvivenza.

Eppure la richiesta di Fedorov non nasce dal nulla. In Ucraina cresce il malcontento. La mobilitazione forzata, le difficoltà dell’esercito, la stanchezza di una popolazione sottoposta da anni alla guerra e le accuse di corruzione stanno alimentando un nuovo fronte politico. Secondo i sondaggi, tra i possibili candidati con maggiori possibilità di successo figurano l’ex comandante delle forze armate Valerij Zaluzhny e lo stesso Fedorov. Entrambi, probabilmente, manterrebbero l’Ucraina ancorata all’Europa e alla resistenza contro la Russia, ma potrebbero anche ridimensionare il gruppo di consiglieri più vicino a Zelensky.

Il nodo, però, è un altro: quando dovrebbe svolgersi questo voto? Se le elezioni sono impossibili durante la guerra, bisogna aspettare la fine delle ostilità. Ma nessuno sa quando arriverà. E l’inverno che si avvicina potrebbe essere tra i più difficili dall’inizio dell’invasione. La Russia continua a premere sul fronte del Donbass e dispone di una significativa capacità missilistica e di droni, mentre l’Ucraina deve fare i conti con la scarsità di intercettori Patriot e con la necessità di aumentare i propri effettivi. La questione politica si intreccia così con quella diplomatica. La Casa Bianca di Donald Trump cerca di rilanciare il processo negoziale, mentre su Kyiv aumenta la pressione affinché accetti compromessi territoriali in cambio della fine dei combattimenti. Zelensky continua a escludere la cessione di territori e insiste sulla necessità di garanzie di sicurezza credibili, indispensabili per evitare che un eventuale cessate il fuoco si trasformi nella premessa di una nuova guerra.

Sul proprio futuro politico, il presidente ha mostrato in più occasioni di non considerare il potere come un obiettivo permanente. Quando gli è stato prospettato il rischio di restare alla guida del Paese anche dopo la guerra per proteggere il proprio gruppo dagli attacchi degli avversari, ha reagito con sorpresa, parlando piuttosto del desiderio di tornare dalla famiglia e alla vita privata. Per ora, dunque, la richiesta di Fedorov difficilmente potrà tradursi in un’elezione. Ma il suo significato politico è già evidente. Ha riportato al centro del dibattito la domanda sulla legittimità democratica del presidente e ha dato una forma concreta al crescente disagio interno. Zelensky non è un dittatore, come lo ha definito in passato Trump: resta il presidente di un Paese sottoposto alla legge marziale e a un’aggressione militare. Ma proprio per questo la questione della successione democratica non può essere ignorata.

In questo quadro assume un significato particolare anche lo scambio di prigionieri annunciato mercoledì. Russia e Ucraina hanno restituito 103 prigionieri ciascuna, in uno dei regolari scambi che continuano nonostante la distanza tra le parti sui negoziati di pace. Tra gli ucraini tornati a casa ci sono militari delle forze armate, della Guardia di frontiera e della Guardia nazionale. Alcuni erano detenuti da anni: Dmytro, 29 anni, ha raccontato di essere rimasto prigioniero per tre anni; Anton Tymofienko, 43 anni, è rientrato dopo 28 mesi di cattività. L’intelligence militare ucraina ha inoltre indicato che un altro scambio potrebbe avvenire entro la fine del mese, con particolare attenzione ai soldati detenuti da lungo tempo, compresi quelli che combatterono nella difesa di Mariupol. È uno dei pochi canali di contatto che Mosca e Kyiv continuano a mantenere aperti.

La guerra mette così l’Ucraina davanti a un paradosso. Deve difendere le proprie istituzioni democratiche, ma il conflitto rende estremamente difficile applicarne pienamente le regole. Fedorov ha ragione quando sostiene che gli ideali non possono morire sotto le bombe. Ma, nelle condizioni attuali, il rischio è che una battaglia per una democrazia formalmente perfetta finisca per indebolire proprio lo Stato che quella democrazia dovrebbe proteggere. Per Zelensky la sfida sarà trovare un equilibrio tra legittimità politica, necessità militari e futuro democratico del Paese. E potrebbe essere questa, più ancora della guerra sul fronte, la partita decisiva per il futuro dell’Ucraina.