La guerra presenta il conto anche alle assicurazioni. Dopo sei mesi di conflitto in Medio Oriente, il mercato di Lloyd’s of London stima in 1,4 miliardi di sterline, circa 1,9 miliardi di dollari, le perdite già accumulate dagli assicuratori. Una cifra che comprende non soltanto i danni alle navi, ma anche quelli provocati dagli attacchi iraniani con missili e droni alle infrastrutture energetiche del Golfo.
È uno dei primi numeri concreti con cui il settore prova a misurare l’impatto economico della guerra sul mondo marittimo. Ma dietro il valore delle perdite c’è un secondo conto, meno visibile e forse più importante per lo shipping: quanto costa oggi assicurare una nave che deve attraversare il Golfo e, soprattutto, Hormuz?
I premi per le coperture war risk sono aumentati rapidamente nel corso del conflitto, seguendo l’impennata del rischio legato al passaggio nello stretto. Per gli armatori che continuano a operare nelle aree considerate pericolose sono necessari premi aggiuntivi per coprire non soltanto la perdita o il danneggiamento dello scafo, ma anche le responsabilità verso terzi, compresi i danni ambientali e quelli derivanti dalla morte o dal ferimento dei marittimi.
E il rischio non si ferma alla singola nave. Uno dei problemi per il mercato assicurativo è infatti la concentrazione delle navi nei chokepoint e nei porti considerati ad alto rischio. Quando decine o centinaia di unità si accumulano nello stesso punto per evitare il passaggio o attendere di capire come evolverà la situazione, aumenta l’esposizione potenziale: un singolo attacco o un blocco potrebbe trasformarsi in un sinistro di dimensioni eccezionali.
Il dato dell’IMO rende l’immagine ancora più evidente: circa 400 navi e 6.000 marittimi restano bloccati nel Golfo.
È il risultato di una crisi che ha progressivamente allargato anche la geografia del rischio. Alla guerra tra Stati si è aggiunta, a luglio, la ripresa degli attacchi degli Houthi contro navi legate all’Arabia Saudita. Per gli assicuratori questo significa ampliare ulteriormente l’area nella quale è necessario applicare coperture e premi speciali.
Eppure, almeno per ora, Lloyd’s considera il conto sostenibile.
«A metà anno, la perdita totale è di 1,4 miliardi di sterline, che è molto gestibile», ha spiegato Rachel Turk, chief of market performance di Lloyd’s of London. Una valutazione che va letta però insieme alla cautela sul futuro: il conflitto continua a evolversi e il mercato deve continuamente verificare le proprie ipotesi per non sottovalutare eventuali cambiamenti nella natura del rischio.
Il confronto con i numeri complessivi di Lloyd’s aiuta a capire perché quei 1,9 miliardi non siano, almeno per ora, un terremoto finanziario. Nei primi sei mesi dell’anno, i settori marine, aviation ed energy hanno generato quasi 4 miliardi di sterline di premi lordi, in crescita del 7%. Il risultato di sottoscrizione è stato negativo per 72 milioni di sterline, ma comunque migliore dei 163 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente.
Il confronto, tuttavia, è condizionato da un evento eccezionale: il disastro del ponte di Baltimora del marzo 2024 aveva prodotto un impatto particolarmente pesante sui sinistri dell’anno precedente. Per questo, nonostante il costo della guerra in Medio Oriente, i sinistri lordi del primo semestre risultano complessivamente inferiori rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Anche il mercato sta cercando di adattarsi. Il ceo di Lloyd’s Patrick Tiernan ha spiegato che gli assicuratori hanno continuato a formulare quotazioni per le coperture war risk anche quando gli armatori hanno preferito non acquistarle, ritenendo il rischio troppo elevato. Parallelamente è stata aggiunta nuova capacità, anche attraverso strutture specializzate messe a disposizione da operatori come Chubb e Beazley.
È un segnale importante: il mercato non sta abbandonando il rischio, lo sta prezzando.
Ma la domanda è quanto ancora potrà farlo senza modificare radicalmente le condizioni della navigazione. I transiti attraverso Hormuz, ha spiegato Tiernan, restano «significativamente inferiori ai livelli pre-crisi». Lloyd’s continua quindi a monitorare la situazione e a elaborare diversi scenari sull’evoluzione del conflitto.
C’è poi un limite preciso alla lettura dei numeri. Le perdite considerate dai mercati britannici riguardano una sola parte del conflitto: quelle iraniane non sono coperte dal mercato assicurativo britannico a causa delle sanzioni internazionali.
La stima di Lloyd’s è comunque vicina a quella arrivata questa settimana da Marsh Re, che ha quantificato in circa 2 miliardi di dollari il costo assicurativo della guerra nei primi sei mesi.
E mentre gli assicuratori fanno i conti, gli armatori fanno i conti con un altro problema: navigare significa pagare sempre di più, fermarsi significa accumulare costi e ritardi, cambiare rotta significa allungare le distanze e bruciare più carburante.
Per ora, Lloyd’s non si aspetta che la guerra produca un impatto materiale sui propri profitti, anche alla luce dei danni osservati finora. Il marketplace ha chiuso il semestre con un utile di 3,5 miliardi di sterline, in calo del 17% sull’anno precedente, soprattutto per la riduzione dei rendimenti degli investimenti in un contesto di mercati finanziari più volatili.
Ma il mare racconta una storia diversa. Oltre 70 attacchi, più di 20 marittimi uccisi, 400 navi bloccate e premi war risk impennati.
Il miliardo e novecento milioni di dollari è il conto presentato finora dalla guerra agli assicuratori. Il vero interrogativo è quanto crescerà se Hormuz resterà a lungo un passaggio nel quale il rischio non è più un’eccezione, ma la condizione ordinaria della navigazione.