Lowe (Monact Risk): “Ecco perché Hormuz e Suez sono ancora delle polveriere”

Mark Lowe, direttore Monact Risk Assessment Services

Ultimo aggiornamento 8 agosto 2025 - 16:20

Genova – La guerra dei 12 giorni è alle spalle, ma è evidente che nel Golfo Persico la brace cova sotto la cenere e l’Iran studia le prossime mosse, mentre in Egitto la pressione degli Houthi sul Mar Rosso potrebbe far deflagrare nuovi conflitti. Parola dell’analista Mark Lowe, Director di Monact Risk Assessment Services.

Cosa sta succedendo oggi nel Golfo Persico?
“Il rischio di un blocco dello Stretto di Hormuz non si è estinto. L’Iran continua ad avere tutti i mezzi per poter chiudere questo braccio di mare: sia con l’intervento di unità veloci, sia – come avvenne negli anni Ottanta durante il conflitto con l’Iraq – attraverso l’utilizzo di mine. Una procedura, quest’ultima, che tra l’altro è estremamente pericolosa, perché sappiamo come a valle degli sminamenti spesso in mare rimangano ordigni non individuati durante la bonifica, portando a un livello altissimo il rischio di incidenti. Ma la Repubblica islamica è tutt’altro che un Paese guidato da un gruppo di pazzi. La chiusura di Hormuz sarebbe controproducente anche per loro, nonostante le minacce”.

Però a differenza degli anni Ottanta, oggi l’Iran dispone di oleodotti che portano il greggio oltre Hormuz, sull’Oceano Indiano.
“Vero, ma non credo che i nemici di Teheran avrebbero problemi a bombardare oleodotto e relativo porto. Per questo l’Iran sta adottando tattiche più raffinate”.

Ad esempio?

“Si stanno verificando casi in cui le pattuglie della Guardia rivoluzionaria sta fermano le navi che accedono o escono dallo Stretto. Applicando minuziosi e lunghissimi controlli. L’obiettivo è insomma è rallentare le attività commerciali a spese di chi investe nel Golfo. A suo modo, anche questo è un modo che se applicato sistematicamente può essere molto efficace per bloccare lo Stretto”.

Senta, a proposito dell’altro nodo critico, ossia il Mar Rosso: c’è a suo giudizio la possibilità che in qualche modo Suez rimanga permanentemente tagliata fuori dalle rotte internazionali?
“Non credo: circumnavigare l’Africa porta all’armatore alti costi aggiuntivi, di natura operativa, assicurativa, correlata all’impatto ambientale. Penso che prima o poi il Canale di Suez dovrà ritornare una rotta centrale nei traffici marittimi. Ma ecco, anche qui non dobbiamo pensare che gli Houthi siano una banda di disorganizzati. La nave può dichiarare al loro esercito, se ne è in grado, la mancanza di legami con Israele. Il problema sono le contro-verifiche adottate dagli Houthi stessi”.

Perché?
“Qui si apre il grosso problema delle banche dati, quello che è accessibile, quello che non lo è, quello che rimane nella Rete anche a distanza di anni. Ora, che una nave destinata alle rotte internazionali non abbia mai avuto anche un solo singolo contatto con interessi o banalmente un porto isreaeliano, è veramente molto difficile, considerati i passaggi gestionali e operativi che caratterizzano il mondo dell’armamento. Questo vale per Israele come ogni altro più o meno importante Paese che si affaccia sul mare. Verificare puntualmente lo stato attuale di una nave, specie se questo esame non è condotto da un soggetto specializzato, può risultare estremamente complesso. E destare pericolosi sospetti, anche se magari mal riposti”.

Chi paga di più gli effetti di questa situazione?
“Sicuramente tra i conti più salati c’è quello dell’Egitto. Secondo fonti dello stesso governo, il rallentamento delle attività del Canale era costato sino a tutto il 2024 circa sette miliardi di euro. Da sempre il Canale è stato per Il Cairo una fonte di sicurezza economica, una voce importante sul Prodotto interno lordo nazionale. Ora, sappiamo che l’Egitto è un Paese povero, che ha avviato investimenti urbanistici e infrastrutturali che è proprio il caso di definire faraonici, nel quale il prezzo dei beni primari è calmierato, e dove al di là della narrativa ufficiale serpeggia sempre un’aria di fronda nei confronti del regime al potere. Non dimentichiamo come proprio da qui nel 2011 sia partita la Primavera araba. Se il Paese dovesse fallire nel mantenere la propria stabilità economica, allora si potrebbe aprire una stagione complessa, anche se il regime di Al Sisi è in grado di esercitare in maniera forte la propria pressione. In conclusione, possiamo dire che dalla parte di Hormuz come da quella di Suez, lo sappiamo bene, la presenza dell’Italia è molto forte. Tutte le grandi aziende sistemiche per il Paese operano in quelle aree e stanno gestendo progetti importantissimi. La partita del Medio Oriente e del Mar Rosso riguarda più che mai da da vicino gli interessi nazionali”.