Benifei: “Il Pd vuole una legge nazionale per vincolare i fondi Ets alla transizione delle imprese”

L'europarlamentare ligure: "La proposta di revisione della Commissione avrà un iter rapido, al principio del 2027 avremo i contenuti del testo rivisto da Parlamento e Consiglio. Sul Green Deal l'Europa non deve cedere ai ricatti d'oltreoceano"

Brando Benifei

Ultimo aggiornamento 17 agosto 2026 - 18:25

Lo scorso 17 luglio la Commissione europea ha pubblicato una proposta di riforma del sistema di scambio di quote di emissioni dell’Ue (Ets) per la fase 5 (2031-2040). Il testo introduce il rallentamento dei tagli annuali alle emissioni, il finanziamento della decarbonizzazione industriale e premi per chi cattura e rimuove il carbonio. 

«La Commissione europea – spiega l’europarlamentare ligure Brando Benifei – ha presentato una proposta di revisione che dovrà ora essere discussa con il Parlamento e il Consiglio. La bozza, a causa della forte frammentazione e instabilità politica accentuatasi dopo le elezioni europee del 2024, può essere completamente riscritta nel passaggio parlamentare e con gli Stati membri. Il negoziato si preannuncia comunque rapido, poiché la Commissione punta a concludere intorno al primo trimestre del 2027. Di conseguenza, i veri contenuti definitivi della norma si vedranno solo nei primi mesi del 2027».

Quali sono i punti salienti di questa proposta?

«La Commissione rallenta la riduzione delle quote di emissione disponibili gratuitamente, concedendo di fatto più tempo alle imprese per affrontare la transizione energetica. Questo allungamento dei tempi è il frutto di un confronto con il settore coinvolto, ma non deve essere considerato il centro di tutta la questione. Il vero dato problematico, che tocca da vicino l’Italia e in particolare una regione marittima come la Liguria, riguarda la gestione economica delle risorse. Dal 2012 al 2024, lo Stato italiano ha incassato circa 18,2 miliardi di euro dalle aste sulle quote di emissione Ets. Tuttavia, i dati ufficiali della Commissione europea evidenziano che nel nostro Paese soltanto una parte risibile di queste risorse, compresa tra 1,4 e 1,6 miliardi di euro, è stata esplicitamente destinata a progetti legati alla transizione climatica e all’accompagnamento ambientale».

In che cosa si dovrebbe investire?

«Pochi anni fa i governi avevano preso l’impegno politico di dedicare almeno il 50 per cento delle risorse Ets al sostegno della transizione energetica. Nel caso dei nostri porti, come Genova, La Spezia e Savona, queste risorse sarebbero servite per finanziare l’elettrificazione delle banchine, lo sviluppo di nuovi carburanti, la digitalizzazione, la logistica sostenibile e la formazione per le nuove competenze dei lavoratori. Invece di adempiere a questo impegno, l’Italia ha preferito riversare questi soldi nel calderone della fiscalità generale. Questo modus operandi danneggia sia le aziende che devono decarbonizzare, sia l’intero sistema portuale-marittimo, oltre alle industrie energivore e alla siderurgia, che avrebbero più bisogno di essere accompagnate in questo percorso. Come Pd riteniamo necessaria una misura ancora più specifica, ovvero una legge nazionale che permetta di canalizzare in modo vincolante e proporzionale le risorse raccolte verso i settori strategici che le generano, a partire dal sistema portuale e marittimo. Parliamo di un miliardo e mezzo di euro all’anno, una cifra importante che non può perdersi nel mare magnum della fiscalità generale. Questa redistribuzione deve essere stabilita attraverso un meccanismo legale definito». 

Com’è oggi la situazione?

«Il governo italiano ha chiesto inizialmente un’abrogazione generalizzata dell’Ets, linea che lo ha isolato in Europa e ha indebolito il nostro potere contrattuale nelle trattative. Successivamente ha ripiegato su una posizione incentrata sulla riduzione dell’Ets, un approccio che reputo altrettanto miope. Fissarsi unicamente sulle tempistiche della transizione o cercare di smantellare gli strumenti normativi esistenti è un errore. La decarbonizzazione non è un tema ideologico, ma una necessità economica e geopolitica. Ridurre la dipendenza dai combustibili fossili significa costruire la nostra autonomia energetica. Se non lo facciamo, rimaniamo esposti ai ricatti economici di regimi e governi con cui non è facile trattare. Senza compiere queste scelte strutturali nel medio termine, l’intero sistema economico andrà inevitabilmente incontro a gravissime difficoltà».

Gli operatori pensano che l’Ets penalizzi l’Europa, spingendo altrove i traffici.

«Vogliamo garantire risorse sufficienti per accompagnare le imprese, ma dobbiamo farlo con pragmatismo e realismo, evitando il “libro dei sogni” di chi promette l’abolizione totale dell’Ets prendendo in giro il mondo aziendale. Il tema della perdita di competitività sollevato dagli operatori si risolve proprio decidendo cosa fare con i soldi accumulati: se l’Italia smettesse di usare le tasse sulle emissioni per altre finalità e le reinvestisse direttamente nel settore tramite una norma nazionale specifica, potremmo difendere i nostri scali e creare un fronte comune forte tra imprese e politica».

Ritiene che nell’ultimo anno l’Unione europea abbia fatto retromarcia sul Green Deal?

«C’è stata una ridiscussione di alcune scelte ed è corretto fare verifiche sul funzionamento di determinati meccanismi dopo che è passato del tempo, come sta accadendo per l’Ets. Vorrei però smentire una narrazione falsa: queste politiche ambientali non sono state imposte dalla sinistra, ma sono state portate avanti in modo trasversale da una Commissione guidata dal Partito popolare europeo, sostenuta anche da forze come Forza Italia. Se parliamo di errori politici, il cedimento ideologico è avvenuto su altri fronti, come le modifiche apportate alla norma sulla sostenibilità aziendale e sui controlli nelle filiere produttive (Supply chain act, ndr). In quel caso si è ceduto alle pressioni dell’amministrazione Trump per agevolare le multinazionali americane, danneggiando la competitività delle nostre imprese che invece non avevano problemi a rispettare quegli standard sociali e ambientali. La nostra forza risiede nel difendere l’alto livello qualitativo del mercato comune europeo e non nel cedere a ricatti oltreoceano».

Come si inserisce lo strumento del Cbam in questa strategia di tutela delle imprese europee?

«Il Cbam è uno strumento relativamente recente, anch’esso attualmente in fase di revisione per essere migliorato, ma ha una finalità ben precisa e compresa dal mondo industriale. Serve a tutelare la competitività interna imponendo un riequilibrio finanziario nei confronti delle imprese straniere che producono all’estero potendo inquinare liberamente e senza i vincoli previsti in Europa. Nonostante le forti pressioni esterne per accantonarlo, rimane un presidio fondamentale per proteggere il nostro tessuto produttivo».

L’Ets europeo associato al Net-zero framework dell’Imo (Organizzazione marittima internazionale) genera una doppia tassazione sulle emissioni?

«La sovrapposizione è un tema reale. Nella sua proposta di revisione, la Commissione europea suggerisce un periodo di 18 mesi per valutare l’introduzione di un meccanismo di deduzione delle quote per le compagnie che hanno già pagato la tassa sulle emissioni a livello Imo, scongiurando così i doppi pagamenti. Personalmente ritengo che 18 mesi siano troppi e che l’iter vada accelerato portando il termine a 12 mesi; questa sarà una delle battaglie principali che sosterremo nel dibattito tra Parlamento e Consiglio. La questione si lega strettamente anche al cold ironing, l’elettrificazione delle banchine che sta procedendo grazie ai fondi del Pnrr ma che sta incontrando diverse difficoltà applicative ed esigenze diverse a seconda dei singoli contesti portuali. Proprio perché richiede investimenti massicci e costanti, torniamo al punto di partenza: i soldi dell’Ets devono essere vincolati per supportare queste infrastrutture strategiche, anziché essere sprecati per finanziare progetti governativi inefficienti, come i centri per i migranti in Albania».