Bruxelles – All’alba, nel porto di Nouadhibou, decine di pescherecci salpano per affrontare l’Atlantico. Alcuni battono bandiera europea, altri sono artigianali, spinti da motori sgangherati e mani esperte. In quelle acque si incrociano economie, diplomazie e risorse naturali. È qui che prende forma uno degli accordi di pesca più significativi tra l’Unione Europea e un Paese africano: un patto che lega Bruxelles e Nouakchott nella difficile arte di conciliare affari e sostenibilità.
Dalle acque ricche di sardine e sardinelle lungo la costa atlantica della Mauritania dipende un pezzo importante della sicurezza alimentare dell’Africa occidentale. Ma da quello stesso tratto di mare dipende anche una parte del mercato ittico europeo. L’Unione Europea e la Mauritania hanno rinnovato nel 2021 il loro Partenariato di pesca sostenibile (SFPA), accordo strategico che permette ai pescherecci europei di operare in acque mauritane, in cambio di compensazioni economiche e impegni vincolanti sulla sostenibilità.
Il protocollo attualmente in vigore, valido fino al novembre 2026, consente alle flotte europee di catturare fino a 288.000 tonnellate l’anno di pesce e gamberi. In cambio, l’UE versa a Nouakchott 57,5 milioni di euro annui, più 16,5 milioni per rafforzare la governance del settore e sostenere le comunità costiere locali. È uno dei più ampi accordi bilaterali di pesca al mondo e rappresenta una delle principali fonti di valuta estera per la Mauritania. L’intesa, però, non si limita alla dimensione economica. Al centro vi è una precisa visione geopolitica ed ecologica: regolamentare l’accesso alle risorse marine con criteri scientifici e tutelare le flotte artigianali locali. Secondo le clausole del protocollo, le catture europee devono basarsi su stock considerati in surplus, determinati da valutazioni congiunte tra scienziati dell’UE e dell’Istituto Mauritano di Ricerca Oceanografica e della Pesca (IMROP). Se una specie risulta a rischio, le attività vengono sospese. È successo nel 2024, quando la commissione mista ha lanciato l’allarme per i piccoli pelagici: sardine e sardinelle essenziali per l’alimentazione locale e la salute dell’ecosistema.
Ma la sfida non è solo ambientale. In un Paese dove la pesca è, dopo il settore minerario, la principale attività economica, ogni variazione nelle quote o nelle modalità operative ha conseguenze dirette sull’occupazione. Circa il 60% dei marinai a bordo dei pescherecci europei sono mauritani, e parte del pescato – il 2% delle catture pelagiche, pari a quasi 5.000 tonnellate l’anno – viene donato alla Société Nationale de Distribution du Poisson, per essere redistribuito alla popolazione meno abbiente.
Il protocollo ha anche una valenza strategica per Bruxelles. Nel contesto della “Blue Economy” e della lotta alla pesca illegale, rappresenta un modello di partenariato equo: promuove trasparenza, tracciabilità, rafforzamento delle capacità locali e riduce la pressione su stock sovrasfruttati nelle acque europee. Inoltre, funge da ancoraggio diplomatico con un Paese stabile in una regione segnata da tensioni, come il Sahel.
Resta tuttavia aperto il dibattito sulla reale efficacia dei meccanismi di controllo e sulla sostenibilità nel lungo periodo. Alcune ONG accusano l’UE di esercitare un’influenza eccessiva sulla politica marittima mauritana, e chiedono un maggiore coinvolgimento della società civile. Altri mettono in discussione il principio stesso dell’esportazione del modello industriale europeo in contesti dove la pesca artigianale resta centrale.
Con l’avvicinarsi della scadenza del protocollo attuale, fissata al 15 novembre 2026, Bruxelles e Nouakchott iniziano a preparare il terreno per il rinnovo dell’accordo. La Commissione europea ha avviato una consultazione pubblica per raccogliere valutazioni sul partenariato, mentre sul campo si moltiplicano le dichiarazioni che confermano la volontà di rafforzare una cooperazione fondata su criteri scientifici e trasparenza. «La pesca è un settore fondamentale per l’economia mauritana» ha dichiarato Joaquín Tasso Vilallonga, ambasciatore dell’UE a Nouakchott, sottolineando come l’obiettivo condiviso sia quello di «garantire un uso sostenibile delle risorse, capace di coniugare redditività e rispetto per l’ambiente marino». Dalla Mauritania, il direttore delle politiche marittime Sidi Ali Sidi Boubacar ha ribadito gli sforzi del Paese nel contenere il sovrasfruttamento, ricordando come il numero di pescherecci industriali autorizzati sia stato ridotto drasticamente «da oltre settanta a meno di quindici», privilegiando l’uso umano del pescato. Anche la Direzione generale europea per la pesca (DG MARE), in un recente reportage da Nouadhibou, ha confermato che il partenariato UE-Mauritania si concentrerà sempre più su obiettivi integrati: filiere alimentari locali, infrastrutture resilienti, tutela degli stock. Il rinnovo, atteso per il 2026, si preannuncia dunque come una tappa cruciale non solo per gli equilibri ittici, ma per la credibilità stessa della “blue diplomacy” europea in Africa occidentale.