La stabilità del Baltico è tornata a essere il fulcro di una pericolosa partita a scacchi. Dall’autunno del 2024, attori legati al Cremlino hanno intensificato una serie di attività che vanno oltre la semplice logistica commerciale. Al centro di questa strategia vi è una flotta militarizzata, la «shadow fleet», che agisce come strumento di una nuova forma di pressione marittima. Si tratta di una tattica che presenta inquietanti analogie con la strategia cinese nel Mar Cinese Meridionale: l’uso di navi civili come avanguardia paramilitare per mettere alla prova la coesione della NATO al di sotto della soglia del conflitto aperto.
Il caso della petroliera Eagle S, bloccata nel dicembre 2024 dopo essere stata accusata di aver danneggiato il cavo sottomarino Estlink-2, ha aperto uno squarcio su questa realtà. A bordo sono stati trovati sofisticati dispositivi di sorveglianza, gestiti da personale non dichiarato. Le indicazioni di una possibile integrazione tra navi mercantili e apparati di intelligence russi si sono moltiplicate. Incursioni di droni su siti critici in Danimarca sono state collegate alla presenza di queste imbarcazioni, che potrebbero fungere da piattaforme di coordinamento. Anche l’impiego di contractor privati confermerebbe la natura ibrida di queste operazioni.
Un aspetto cruciale riguarda inoltre la resilienza delle infrastrutture sottomarine, spesso esposte a questo tipo di tattiche ibride. I Paesi rivieraschi stanno potenziando i sistemi di monitoraggio con sensori avanzati e pattugliamenti navali congiunti, nel tentativo di scoraggiare ulteriori tentativi di sabotaggio e rafforzare la sicurezza dell’area baltica. Mosca sta ora reimmatricolando decine di petroliere sotto bandiera russa per sfruttare le clausole del diritto internazionale e prevenire le ispezioni occidentali. Quando le autorità estoni hanno tentato di fermare la petroliera Jaguar, la Russia ha risposto scortandola con caccia Su-35S e, secondo le ricostruzioni, violando lo spazio aereo alleato. Il messaggio politico è preciso: Mosca rivendica il diritto di difendere con la forza i propri interessi marittimi, trasformando le navi cisterna in strumenti di proiezione della propria potenza.
Questa mobilitazione non serve soltanto a garantire l’export energetico o a sostenere Kaliningrad. Si tratta di una preparazione di lungo periodo. Gli esperti avvertono che Mosca starebbe creando le condizioni per un futuro scenario di crisi. Il rafforzamento della presenza militare russa lungo il fianco occidentale suggerisce che la flotta fantasma possa rappresentare il precursore di una minaccia asimmetrica: in caso di escalation, queste navi potrebbero essere impiegate per recidere cavi di comunicazione, lanciare droni contro infrastrutture strategiche o fungere da ostacoli tattici nei corridoi marittimi.
Di fronte a questa minaccia, la risposta della NATO deve cambiare passo. È necessario un approccio coordinato, guidato da Francia e Regno Unito, per garantire il rispetto del diritto internazionale. Le interdizioni mirate rappresentano uno degli strumenti per dimostrare che il Baltico non può trasformarsi in un teatro di operazioni coperte. La sfida del XXI secolo si gioca anche nella capacità di monitorare in modo capillare le navi che attraversano le acque europee, per evitare che una pressione strisciante si trasformi in un conflitto aperto.