Una nave da crociera di lusso subisce un attacco hacker improvviso. Una portacontainer attracca in porto e deve pianificare lo scarico delle merci nel minor tempo possibile. Su una nave cargo, in sala macchine, scatta l’allarme per un guasto improvviso. Tre situazioni diverse, che richiedono prontezza e sangue freddo. E che possono essere affrontate anche mille volte, nelle stesse identiche condizioni, senza uscire da un’aula: grazie alla simulazione. Un settore che, secondo Emanuele Pitto, amministratore delegato di Scenario Srl, sta attraversando una metamorfosi importante.
Scenario ha installato nella nuova sede dell’Accademia Italiana della Marina Mercantile simulatori per navigazione, sala macchine, comunicazioni e logistica portuale. Qual è il cambiamento più importante che la simulazione sta portando oggi nella formazione marittima? Secondo Pitto, la base principale resta il training, e quindi l’addestramento del personale. «È una forma di istruzione che aggancia veramente la pratica alla teoria, anche quando parliamo di cose che sono ancora sulla carta», spiega. In un’epoca in cui tecnologie e sistemi di propulsione evolvono a ritmi sempre più rapidi, cambiano anche i problemi e le tipologie di guasto da affrontare. «Fino a poco tempo fa alcuni imprevisti, come quelli legati alla cybersecurity e agli attacchi hacker, non venivano neanche presi in considerazione. Simulare questi scenari in ambienti controllati ci permette anche di scrivere nuove procedure per situazioni che prima non erano state prese in considerazione».
Per trovarsi lucidi e tempestivi davanti a un’emergenza è più che utile averla già vissuta prima. Ci sono situazioni, però, che nella realtà sarebbe difficile, rischioso o impossibile riprodurre nelle stesse condizioni: avarie, incendi, condizioni meteorologiche estreme. A questo punto diventa essenziale che la simulazione sia realistica, e non solo a livello visivo. «La simulazione non è solo codice e non è solo programmazione. La differenza sta nel know-how che viene messo dietro. Può essere tutto graficamente bellissimo, ma se poi la nave non si comporta come una nave vera, è un problema». Il punto di forza della simulazione digitale è che quella nave può subire lo stesso guasto o affrontare la stessa emergenza un numero potenzialmente infinito di volte, permettendo di valutare differenti reazioni allo stress e diverse strategie risolutive. Nel laboratorio di sala macchine, ad esempio, l’istruttore può monitorare le singole postazioni e valutare sia le prestazioni individuali sia il coordinamento del team, fino alla produzione automatizzata di report sulle performance. «Non è detto che il miglior comandante o direttore sia il migliore in assoluto in tutti gli ambiti. Sotto stress le reazioni cambiano. Non è detto che mettere insieme tutti i più bravi, quelli con i migliori voti, dia automaticamente il risultato migliore».
Un cambiamento radicale rispetto al passato è la possibilità di creare sistemi realistici sempre più complessi. Tra quelli installati nella nuova sede a Palazzo Tabarca si trova anche un laboratorio logistico-portuale, che consente di modificare configurazioni e regole operative e misurarne gli effetti su produttività, congestione, utilizzo delle attrezzature e tempi di movimentazione, fino a individuare eventuali colli di bottiglia. «Oggi stiamo lavorando per riuscire a simulare anche l’intero sistema porto: dall’arrivo della nave allo scarico della merce, fino alla gestione della logistica delle aree portuali e all’ottimizzazione dei tempi».
Proprio in ambito logistico, la simulazione si sta rivelando anche uno strumento di supporto alle decisioni. Pitto racconta il caso di un importante porto europeo che voleva utilizzare la grande quantità di dati prodotta dalle attività portuali per prendere decisioni sia strategiche sia ambientali. «Voleva capire, per esempio, quanti camion elettrici gli sarebbero serviti e quali problemi avrebbero comportato rispetto ai mezzi diesel. Con il simulatore logistico siamo riusciti a dargli una risposta abbastanza concreta, considerando anche le pause di ricarica».

L’avanzare dell’intelligenza artificiale, intanto, non mette necessariamente l’uomo ai margini. «La simulazione aiuta a prendere coscienza di un ambiente molto più ampio. Se alcune attività diventano autonome, serve comunque qualcuno che ne conosca il funzionamento, sappia gestire ambiti diversi e sappia orchestrare questi sistemi. È una sfida nuova». Guardando ai prossimi anni, quale sarà allora l’evoluzione più importante? Maggiore realismo, valutazione automatica delle performance o capacità di simulare sistemi sempre più complessi? «Quello che vedo è un’integrazione sempre più importante con i sistemi reali – sostiene Pitto –. Vorrei che dai simulatori arrivassero risposte utilizzabili anche per le scelte strategiche future, perché la simulazione permette di prendere in considerazione anche cose scomode o pericolose, soprattutto per salvaguardare le persone che devono lavorare».