La corrente atlantica che minaccia clima e litorali

L’Atlantic Meridional Overturning Circulation appare più vulnerabile di quanto i modelli climatici attuali suggeriscano

Un iceberg vicino alla Groenlandia

Ultimo aggiornamento 30 agosto 2025 - 18:59

Un senso di inquietudine emerge quando si leggono le pagine recenti della scienza che denunciano il rallentamento dell’Atlantic Meridional Overturning Circulation, il sistema circolatorio (di cui la Corrente del Golfo è una componente importante) che trasporta calore dal tropico verso il Nord Atlantico, proteggendo il clima europeo e regolando il livello del mare sulla costa orientale americana. In quella zona questa decelerazione ha già triplicato i giorni di inondazioni annuali rispetto a vent’anni fa, con una responsabilità significativa che ricade proprio sul rallentamento dell’AMOC. In altre parole, ciò che era sotto la pelle dell’oceano oggi si trasforma in allagamenti tangibili sul litorale.
Blocchi di ghiaccio che si sciolgono nell’Artico e in Groenlandia immettono acqua dolce nell’Atlantico settentrionale, indebolendo la densità dei flussi superficiali e bloccandoli prima che possano affondare e iniziare il loro viaggio verso sud. L’apporto crescente di acqua dolce e il riscaldamento responsabile della stratificazione debilitano la macchina termica oceanica che alimenta flussi vitali.
Il rischio di un collasso completo dell’AMOC, una soglia catastrofica mai facile da superare, era considerato improbabile entro il 2100. Uno studio del Met Office pubblicato su Nature conferma che, nonostante un indebolimento che varierà tra il 20 e l’80 per cento, un collasso totale resta improbabile nel secolo corrente. Modelli climatici moderni mostrano che sistemi compensatori – come nuove zone di immersione nell’oceano Meridionale o nel Pacifico – possano attenuare parzialmente i danni.
C’è però un’altra faccia della medaglia: un’indagine in corso suggerisce che la stabilità dell’AMOC potrebbe essere già compromessa. Su The Guardian uno studio avverte che un possibile punto di rottura non è più improbabile, ma un rischio reale nei decenni avvenire, con il pieno collasso che potrebbe avvenire cinquanta o cento anni dopo l’innesco nel modello più pessimistico. In alcuni scenari ad alta emissione il collasso avviene nella maggioranza delle simulazioni; anche in scenari più temperati il rischio persiste.
Altre analisi puntano su segnali d’allarme emergenti in fonti osservazionali e modelli, stime che suggeriscono una perdita di stabilità progressiva: la corrente appare più vulnerabile di quanto i modelli climatici attuali suggeriscano. Questa crescente fragilità indugia sotto la superficie, lontana dagli occhi, ma determina l’evoluzione del clima e dei suoi capricci.
Al sistema Atlantico si affianca una dinamica meridionale: l’oceano attorno all’Antartide mostra cambiamenti importanti nella circolazione, con correnti che si indeboliscono e acque profonde che si riscaldano più velocemente della media globale, alterando flussi termici fondamentali nella regolazione del clima globale. Questa doppia minaccia, sia nell’Atlantico sia nel Sud del pianeta, disegna uno scenario complesso.
Il quadro risultante, lontano da ogni retorica allarmistica, mette in luce un sistema vivo e sensibile alle ingiustizie climatiche che l’uomo ha accelerato. L’AMOC, cuore pulsante dell’equilibrio climatico che ha reso mite l’Europa, resta incerto. Mentre localmente si traducono gli effetti in maree alte, inondazioni e alterazioni dei modelli meteorologici, il futuro si gioca sulla rapidità con cui si ridurranno le emissioni di carbonio e sul modo in cui si saprà rallentare la deriva verso un punto di non ritorno.