Dazi, il confronto tra Bruxelles e Washington è (per ora) impossibile

Cruciale sarà nelle prossime ore il vertice a Berlino tra Friedrich Merz ed Emmanuel Macron, chiamato a saldare posizioni divergenti non solo sulla portata della rappresaglia in caso di una salva di dazi al 30% o di un'intesa sbilanciata, ma anche su dossier come il Mercosur

Il terminal di Maasvlakte, a Rotterdam

Ultimo aggiornamento 8 agosto 2025 - 16:19

Nessuno scambio all’orizzonte tra Ursula von der Leyen e Donald Trump, nessun segnale tra i capi negoziatori. A Bruxelles vige il silenzio: le contromisure sono congelate “almeno fino al primo agosto”, la priorità resta “il dialogo”. Ma il linguaggio reiterato di Palazzo Berlaymont certifica uno stallo a tinte pessimistiche. A scuotere l’inerzia a colpi di dichiarazioni spesso contradditorie ci pensa Washington, con il segretario al Tesoro Scott Bessent che, dopo aver auspicato “accordi di qualità”, ha annunciato una raffica di intese commerciali “a giorni”, con “sostanziali investimenti” in arrivo sul suolo americano. Che tra queste ci sia anche l’Europa appare, nei palazzi comunitari, “molto improbabile”. Eppure, sarà il Vecchio Continente a fare da cornice a un nuovo round di colloqui tra Stati Uniti e Cina – alla ricerca di una tregua commerciale – in programma lunedì e martedì a Stoccolma, quando anche i vertici Ue saranno ormai rientrati dalla doppia missione asiatica. Appena toccato il suolo di Osaka, diretta con Antonio Costa e Kaja Kallas all’Expo, Ursula von der Leyen ha lanciato il suo messaggio, diretto anche alla Casa Bianca, definendo “tempestivo” il vertice Ue-Giappone in un mondo che “cambia rapidamente” e va affrontato restando fedeli a “economie aperte, società sicure e regole eque”. Parole per rafforzare l’asse con il primo ministro giapponese Shigeru Ishiba, ma anche preludio al confronto, ben più spigoloso, con Pechino. Nell’arena con il presidente Xi Jinping e il premier Li Qiang, l’Europa punta a usare il linguaggio della forza da spendere come leva negoziale anche con Trump, nella spasmodica ricerca di “reciprocità” che la sovraccapacità e il dumping cinesi continuano a minare.
Lo sguardo continuerà comunque a orientarsi verso Washington. Se l’unità attorno al commissario Maros Sefcovic per ora tiene, i malumori tra i Ventisette sono tornati a fare capolino. Parigi, sempre più insofferente all’attendismo di Bruxelles, è tornata a invocare la linea dura con il ministro Marc Ferracci che, davanti ai rappresentanti di industrie e sindacati, ha denunciato lo stallo, invocando un “cambio di metodo”. L’Ue, è la posizione dell’Eliseo, “deve difendere i suoi interessi”. Cruciale sarà nelle prossime ore il vertice a Berlino tra Friedrich Merz ed Emmanuel Macron, chiamato a saldare posizioni divergenti non solo sulla portata della rappresaglia in caso di una salva di dazi al 30% o di un’intesa sbilanciata, ma anche su dossier come il Mercosur.
I tecnici Ue, sotto la supervisione di Sefcovic, continuano a “dialogare e negoziare” con le controparti oltreoceano. A Bruxelles non si esclude un rinvio della deadline da parte del tycoon, che però non mostra segni di voler allentare la presa né sembra avere incentivi a farlo. I dazi, ha ricordato Bessent, stanno portando “notevoli entrate” nelle casse statunitensi, fino a sfiorare l’1% del Pil. L’obiettivo europeo resta contenere la scure al 15%, con qualche timido tentativo di riavvicinarsi al 10%, lo stesso strappato da Londra. Ma non si allontana lo spettro del 20%, ritenuto fuori scala dalla Commissione, dalla maggioranza dei Paesi membri e dall’industria, soprattutto dopo le aperture continentali su Gnl e armamenti Usa. La lista delle contromisure è pronta, con un terzo elenco d’emergenza in caso di rottura. Il vero detonatore resta il capitolo servizi e Big Tech, ma per farlo scattare servirebbe il doppio via libera dell’Europarlamento e del Consiglio. Più rapida la strada del bazooka anti-coercizione, attivabile con il solo placet dell’esecutivo von der Leyen, consentendo ai governi di colpire senza esporsi.