Dopo una settimana di ottimismo, le speranze dei mercati e delle cancellerie mondiali per un rapido accordo che riaprisse lo Stretto di Hormuz si sono affievolite nella giornata di martedì. Prima un portavoce del ministro degli esteri del Qatar ha nuovamente affermato che i colloqui tra Iran e Oman sono in stadio avanzato, poi il ministro della difesa pakistano Khawaja Asif ha rincarato dicendo che anche nel dialogo tra Washington e Teheran ci sarebbero buone notizie e che in qualche modo le cose “stanno andando verso un accordo di pace”.
Gli altri eventi della giornata però rendono difficile credere a questa versione dei due mediatori di un conflitto che ha chiuso a singhiozzo lo stretto da cui prima dell’inizio della guerra lo scorso 28 febbraio passava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto trasportato a livello globale. E del resto due attacchi in due diverse zone nel giro di ventiquattr’ore con un bilancio pesante costituiscono una buona ragione per essere scettici.
Prima lo Uk Maritime Trade Operations (Ukmto) ha annunciato che un cargo battente bandiera della Tanzania sarebbe stato colpito al largo dello Yemen da tre missili balistici non identificati nello Stretto di Bab el-Mandeb, secondo le informazioni fornite all’agenzia britannica e ci sarebbero stati anche quattro morti, i primi caduti in un attacco dei ribelli Houthi sin da quando cinque mesi fa sono iniziate le ostilità tra Iran e Stati Uniti. La nave colpita poi sarebbe stata soccorsa dai militari della Guardia Costiera yemenita.
Lo scorso mese il gruppo ribelle alleato dell’Iran aveva annunciato una ripresa degli attacchi contro le navi saudite, cercando di bloccare i tentativi del regno arabo di aggirare il blocco di Hormuz attraverso l’uso alla massima capacità dell’oleodotto Est-Ovest e del trasporto su gomma verso gli scali sul Mar Rosso. Anche per questo la scorsa settimana le navi passate nello stretto compreso tra Africa e Penisola araba sono state soltanto trentadue, un brusco calo rispetto alla media di cinquanta delle ultime settimane. Al largo del Pakistan invece, più o meno nelle stesse ore, è stata colpita una nave battente bandiera panamense, stavolta da parte di un elicottero della Marina statunitense che avrebbe sparato verso il timone dell’imbarcazione dopo che l’equipaggio avrebbe tentato di forzare il blocco Usa. Lo ha rivelato un’esclusiva del Wall Street Journal. Dopo sarebbe scoppiato un incendio sulla nave, che sarebbe poi stato rapidamente messo sotto controllo.
Infine le dichiarazioni da entrambe le sponde non lasciano dubbi sullo stato delle ostilità: a Washington, Donald Trump in un’intervista alla rete televisiva di area conservatrice Real America’s Voice ha detto che l’economia dell’Iran è “insostenibile” e la loro inflazione è “del 300%”. A quel punto, per il presidente americano, le opzioni sarebbero due: “lasciarli fallire” oppure “colpirli molto forte”. Nulla di nuovo.
A Teheran invece è stato approvato in commissione interni un disegno di legge presentato nel mese di luglio che proibirebbe il passaggio delle navi israeliane e americane per qualsiasi motivo. Un’accelerata dovuta alla nomina di Mohsen Rezaei a segretario del Consiglio Supremo Nazionale, l’organismo che coordina la politica estera e la sicurezza dell’Iran, un membro della Guardia Rivoluzionaria fortemente voluto dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei, che in questo modo, dopo mesi di incertezza sul suo essere in vita, fa sentire la sua influenza sulle trattative.
Lo stesso Rezaei si è espresso in modo molto chiaro sul tema: “finché gli Stati Uniti non cambiano il loro modo di comportarsi e accettano le nostre condizioni, lo Stretto rimarrà chiuso”. E ha aggiunto una postilla riguardo il dialogo separato con l’Oman sulla gestione del traffico in entrata e in uscita, affermando che quella è una “questione a sé”. Insomma, tutto appare sospeso rispetto a una settimana fa e ci sono ben poche ragioni di speranza, al di là delle dichiarazioni forzatamente ottimiste di Qatar e Pakistan.