In Italia l’export è trainato dai gruppi multinazionali: il rapporto Ice

L'incidenza delle imprese marginalmente esportatrici si riduce notevolmente al crescere della dimensione dell'impresa, rimanendo comunque rilevante sia per le medie (20,7% delle imprese tra 50 e 249 addetti) sia per le grandi

Container nel porto di Santos

Ultimo aggiornamento 8 agosto 2025 - 16:20

“L’analisi per tipologia di governance delle imprese esportatrici manifatturiere conferma il ruolo rilevante nell’export italiano di quelle appartenenti a gruppi multinazionali. Nel 2023, le imprese appartenenti a gruppi multinazionali (il 15,1% delle imprese esportatrici manifatturiere) spiegano oltre i tre quarti dell’export della manifattura (76,7%): in particolare, le imprese appartenenti a multinazionali a controllo italiano detengono il peso più rilevante (45,3%), mentre quelle a controllo estero ne generano circa un terzo (31,4%). Le imprese italiane indipendenti non appartenenti a gruppi, che rappresentano il segmento più ampio delle imprese manifatturiere esportatrici (67,0%), realizzano soltanto l’11,8% dell’export del comparto; analoga quota delle esportazioni (11,5%) è generata dai gruppi domestici italiani (il 17,9% delle imprese esportatrici nella manifattura)”. Questi alcuni dati che emergono dal Rapporto Ice 2024/2025 presentato oggi a Roma. Nel 2023, le imprese esportatrici attive sono 120.170, in leggero calo rispetto al 2022 (120.876). Il calo riguarda in particolare la classe dimensionale con 0-9 addetti (da 67.619 a 66.366); diminuisce, in misura modesta, anche la classe con 10-19 addetti (da 22.278 a 22.182), mentre si rilevano aumenti per le altre classi dimensionali superiori. Nel 2023 – segnala il rapporto – le vendite all’estero mostrano andamenti differenziati per le diverse classi dimensionali di imprese: si riducono le esportazioni delle imprese con 250-499 addetti (-5,6% rispetto al 2022), 20-49 addetti (-3,8%), 50-99 addetti (-3,1%) e 100-249 addetti (-0,4%); per contro, aumentano quelle delle imprese con 500 addetti e oltre (+2,9%), 0-9 addetti (+2,4%) e 10-19 addetti (+1,1%). In termini settoriali, il 49,9% delle imprese esportatrici attive nel 2023 è costituito da imprese manifatturiere (con un peso del 78,0% sul valore complessivo delle esportazioni delle imprese industriali e dei servizi). Seguono le imprese commerciali, che rappresentano il 37,3% del totale, e quelle attive in altri settori, pari al 12,9%. Si conferma la relazione positiva tra contributo alle esportazioni nazionali e dimensione di impresa, espressa in termini di addetti: nel 2023, le grandi imprese esportatrici (2.231 unità con almeno 250 addetti) hanno realizzato il 51,6% delle esportazioni italiane (in aumento rispetto al 51,2% del 2022); le medie imprese (50-249 addetti) il 29,5% (29,8% nel 2022) e le piccole (meno di 50 addetti) il 18,9% (19,0% nel 2022).

Considerando classi di addetti più dettagliate, rispetto al 2022 aumenta l’incidenza sul totale dell’export delle imprese con 500 addetti e oltre (da 36,0% a 37,2%) mentre si registrano riduzioni per le imprese con 250-499 addetti (da 15,2% a 14,4%), 20-49 addetti (da 10,3% a 9,9%) e 50-99 addetti (da 12,0% a 11,7%). Per tutte le altre classi, le incidenze sono pressoché invariate. Nella manifattura, dove sono attive 59.905 imprese esportatrici, il 42,8% delle aziende esporta meno del 10% del fatturato mentre solo il 10,6% destina ai mercati esteri una quota pari o superiore ai tre quarti delle vendite. L’incidenza delle imprese marginalmente esportatrici si riduce notevolmente al crescere della dimensione dell’impresa, rimanendo comunque rilevante sia per le medie (20,7% delle imprese tra 50 e 249 addetti) sia per le grandi (12,5% di quelle con 250 addetti e oltre). Una quota significativa di imprese con una propensione elevata sui mercati esteri (pari o oltre il 50% ma inferiore al 75%) appartiene al segmento delle grandi imprese (32,1%). Sempre con riguardo alla manifattura, le imprese esportatrici presentano una propensione media all’export che aumenta al crescere della dimensione aziendale. Tuttavia – fa notare il rapporto – la propensione risulta già elevata fra le micro-imprese (27,4%) e superiore al 39% fra le medie e le grandi. Per le imprese esportatrici i differenziali sono sensibilmente positivi rispetto alle unità non esportatrici in termini di costo unitario del lavoro e ancor più di produttività apparente del lavoro (valore aggiunto per addetto). Questi risultati sono solo in parte riconducibili alle differenze dimensionali tra queste due sotto-popolazioni di imprese.