L’attuale posizione americana sulla scena mondiale non assomiglia a nessuna di quelle tradizionali, inclusa quella tenuta durante il primo mandato di Donald Trump: tutto ciò a cui sembra interessato è ottenere degli accordi con altri grandi leader del mondo. Incluso il presidente cinese Xi Jinping, con il quale l’attuale presidente Usa ha avuto un rapporto fatto di duri scontri nel quadriennio 2017-2021.
Adesso invece lo ha ricevuto alla Casa Bianca insieme alla First Lady Peng Liyuan con tutti gli onori. Un riconoscimento “forse eccessivo” secondo il senatore Roger Wicker, uno dei repubblicani che ancora mantiene la posizione tradizionale del partito.
Tra i temi trattati al meeting c’è stato il commercio internazionale, con la tregua daziaria reciproca estesa di due mesi dal prossimo 10 novembre al 10 gennaio 2027, ma anche la regolamentazione dell’Ai e la guerra in Iran. Non è trapelato nulla su eventuali incontri riservati dedicati ai molti contenziosi marittimi tra le due superpotenze.
I punti di frizione
Il primo punto è rappresentato dalla dura presa di posizione di Pechino sull’ultimo round di sanzioni proclamate da Washington nei confronti di Teheran: il governo si è dichiarato pronto a difendere “i legittimi interessi” della Repubblica islamica, come affermato dal ministro degli esteri Wang Yi. E per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz, le navi cinesi hanno avuto meno difficoltà di quasi ogni altro paese nel varcare quelle acque contese.
Durante l’incontro a Washington Xi ha rimarcato di fronte all’omologo statunitense una posizione moderata ma decisa: il ritorno ai termini del memorandum di Islamabad, con tanto di cessate il fuoco e cancellazione del controblocco navale stabilito dalle forze armate Usa.
Ma è nel Mar Cinese Meridionale che si concentra il teatro degli scontri potenziali e dove, secondo le analisi pubblicate periodicamente dalla Searchlight Foundation, la Cina sostiene le sue politiche espansionistiche non attraverso esplicite azioni militari ma attraverso una sorta di tattica definita dagli esperti come “zona grigia“: una continua serie di provocazioni fatta anche attraverso attori non strettamente statali, come delle milizie marittime non riconosciute.
Qui al centro della contesa ci sono le Filippine, il principale bersaglio della Cina per questo tipo di azioni controverse che hanno spinto Manila a sospendere i progetti di ricerca di giacimenti di petrolio e gas naturale nell’area contesa della Secca di Scarborough, due risorse molto utili per una nazione che attualmente paga la bolletta elettrica più salata dei paesi del Sud-est asiatico.
Il principale nodo però riguarda quella che Pechino considera una “provincia ribelle” da conquistare: Taiwan. Qui la Cina si è lanciata alla conquista quasi esplicita degli isolotti delle Isole Paracelso, occupati dal 1974, attraverso la costruzione di due isole artificiali che servono per sorreggere una serie di strutture militari.
Infine c’è anche un uso improprio della Guardia Costiera, con un pattugliamento aggressivo delle isole Pratas, rivendicate da Taiwan, ma soprattutto con un’interferenza costante della navigazione commerciale diretta al porto di Taipei.
La reazione americana
In questo caso però gli Stati Uniti, sia pur lontani dai media, non sono stati a guardare. In silenzio, a fine luglio 2026, sei navi della Guardia Costiera americana di stanza nell’isola di Guam sono state riposizionate nell’area marittima a est delle Filippine, un segnale di deterrenza “tranquilla”.
L’amministrazione però sul resto appare ambigua: da un lato c’è il Dipartimento di Stato guidato dal Segretario Marco Rubio che continua a diffondere duri comunicati di condanna per ogni incidente marittimo, dall’altra ci sono gli isolazionisti “light” come il sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby che lo scorso agosto in un discorso a Manila non ha mai citato la Cina nell’ambito della strategia di sicurezza americana nel Pacifico.
Adesso non resta che attendere i comunicati laterali del meeting, quelli degli incontri riservati. Se non ci saranno quelli dedicati a questi nodi aperti, da parte cinese si percepirà quest’assenza come prova del disinteresse americano per l’area. Un invito per continuare con l’espansionismo soft ai danni delle Filippine e di Taiwan