Un appello a lavorare insieme, convergendo sui punti di intesa piuttosto che tracciando fossati su quelli di divisione, ora che la città e il porto devono affrontare l’ultimo frangente di anni prima che Diga foranea e Terzo valico potranno essere pronti. Con la fortuna di avere un presidente dell’Autorità di sistema portuale, Matteo Paroli, nel pieno dei suoi poteri dopo gli anni del commissariamento, a cui deve andare il supporto del settore. «Genova, e tutti noi ne siamo consci – spiega infatti Gianluca Croce, presidente di Assagenti – non è mai stata una città facile. Non lo è stata per chiunque cercasse un ascensore sociale, non lo è stata per secoli per capitali e investitori internazionali che hanno trovato più barriere che scivoli efficienti. Burocrazia, sindacalizzazione, tempi variabili, per essere ottimisti, difesa di privilegi a tutti i livelli, posizioni tanto consolidate da figliare paralisi nello sviluppo… psicosi da maniman e mugugno facile».
Non il quadro più allettante, specie con i cambiamenti in corso oggi.
«L’apertura dei mercati, la globalizzazione, Internet, la disponibilità di dati in tempo reale, e dulcis in fundo, l’intelligenza artificiale hanno abbattuto e forse stanno ancora demolendo le barriere, che siano esse di tipo politico, economico, finanziario. Se questo sarà un bene o sarà l’anticamera di un rimescolamento di carte dalle conseguenze imprevedibili è difficile affermarlo. Di certo si è innescato un processo di cambiamento che richiederà decisioni rapide».
Davvero la città è ancora così immobile?
«No, io penso che il Ponte Morandi, nella sua tragedia, in fondo abbia segnato anche nelle coscienze e nelle menti la sensazione che nella storia, specie di città complesse e collocate sulla linea del fronte del mercato, certi eventi possano trasformarsi in turning point, in momento di svolta. Con la ricostruzione del ponte crollato, Genova ha non so se in modo permanente recuperato credibilità, affidabilità e anche dignità che sembravano essere confinate nella storia antica della Repubblica marinara».
Il ponte ha dato il via a un notevole numero di grandi opere, ma il rischio è che la città, o almeno il suo porto, tornino gli stessi di prima.
«Oggi il porto, senza un trauma, ma con rivoli di micro-cause di potenziale declino, richiede un cambio di passo. E richiede una compattezza di volontà in grado di supportare in primis l’Autorità di Sistema Portuale e di porla in condizione di affermare e avere il coraggio di scelte veloci e determinanti. Scelte non di paura o di difesa dell’esistente, ma scelte di futuro che si basino su una onesta e trasparente valutazione di quello che potrà accadere. Dopo fasi di interregno che inevitabilmente hanno condizionato la visione a medio lungo termine oggi abbiamo un’Autorità di Sistema nel pieno dei suoi poteri. Un presidente di cui abbiamo avuto l’onore di condividere la prima apparizione in occasione della nostra Assemblea celebrativa degli 80 anni di Assagenti, che ha saputo rapidamente entrare nelle dinamiche genovesi con un equipaggio già rodato e profondo conoscitore del territorio locali coadiuvato da nuove ed importanti risorse».
La Diga quindi sarà il “turning point” del porto di Genova?
«Avremo la Diga e per il porto ciò può equivalere, anche commercialmente parlando, alla ricostruzione di cento ponti Morandi. Ma dobbiamo da subito affrontare con coraggio, tutti gli elementi di fragilità che con la diga potrebbero trasformarsi in nervi scoperti. Primo fra tutti quello dei collegamenti con il nostro naturale hinterland e dire con chiarezza che il Terzo Valico, sia pure importantissimo, non sarà sufficiente ad assecondare i sogni di una crescita record di volumi export ed import. Dobbiamo tutti insieme far comprendere che il problema del nodo autostradale è di tali dimensioni da poter compromettere qualsiasi prospettiva per il futuro».
L’opera insomma da sola non basta.
«Abbiamo bisogno di strategie di breve e medio periodo, individuando quello che la Diga, giustamente valutata come l’unica grande infrastruttura in grado di porre Genova e la portualità italiana nella condizione di competere, potrà produrre, ma anche da subito quali interventi dovranno partire. Siamo ancora a discutere della Gronda quando ci sarebbe bisogno di una nuova autostrada. Il mercato, il mondo, l’interscambio commerciale non ci consentono più il lusso di attendere e anche i tradizionali strumenti di finanziamento delle opere infrastrutturali, devono essere aggiornati, ampliati, resi più appetibili per gli investitori privati».
Quale può essere in questo senso il contributo degli operatori, oltre a quello di continuare dare fiducia al porto e alla città?
«Lo sappiamo: non c’è nulla di facile e neppure di scontato in un Paese che trova sempre validi motivi per dividersi, dimenticando l’interesse comune. Per l’Autorità di Sistema Portuale e per chi la guida è ancora più difficile. Ed è per questo che tutte le categorie devono mettere a disposizione le proprie conoscenze animati da uno spirito collaborativo. Non dimentichiamoci: la Diga è la più grande e importante opera in costruzione in Italia e la pagano tutti i cittadini italiani. Una responsabilità non da poco per Genova, i suoi governanti, per l’Autorità portuale, ma anche per noi operatori».