Il petrolio torna sopra quota 107 dollari al barile e, dietro il movimento dei mercati, c’è anche il ritorno della tensione sul Bab el-Mandeb. Gli Houthi si avvicinano al principale passaggio meridionale del Mar Rosso e, secondo quanto riportato, hanno minacciato di colpire le navi saudite che tentassero di attraversare lo stretto. Per ora i sistemi di tracciamento mostrano che le navi continuano a utilizzare il corridoio marittimo, ma il rischio di una nuova interruzione dei traffici è tornato a pesare sulle quotazioni.
Il Brent è salito del 3% a 107,81 dollari al barile, mentre il greggio americano Wti ha guadagnato il 2,9%, arrivando a 102,94 dollari. Il mercato guarda soprattutto alla possibilità che la crisi finisca per coinvolgere contemporaneamente i due grandi corridoi energetici della regione: lo Stretto di Hormuz, già al centro delle tensioni, e il Bab el-Mandeb, attraverso il quale passano i traffici fra Mar Rosso e Oceano Indiano.
Per le navi cisterna, le alternative sono costose. Raggiungere i mercati asiatici attraverso Suez e poi circumnavigando l’Africa può allungare il viaggio di circa 22 giorni, con un forte aumento dei costi di noleggio e carburante. Le tariffe delle petroliere hanno già toccato livelli record la scorsa settimana e anche il bunker fuel, il carburante utilizzato dalle navi, comincia a scarseggiare in alcuni mercati.
La posta in gioco non riguarda soltanto il petrolio. Circa l’80% del commercio mondiale viaggia via mare e ogni deviazione prolungata modifica tempi, capacità disponibile e costi lungo le catene logistiche.
A complicare il quadro c’è anche l’attacco con droni contro il principale oleodotto saudita East-West, alternativa terrestre del regno allo Stretto di Hormuz. L’infrastruttura trasportava fra 4 e 5 milioni di barili al giorno. Nel frattempo è stato rinviato un incontro fra l’Iran e altri Paesi del Golfo Persico che avrebbe dovuto discutere un canale sicuro attraverso Hormuz.
La combinazione fra petrolio più caro, rischio geopolitico e trasporti marittimi più costosi arriva in una settimana delicata per le banche centrali. La Federal Reserve si riunisce mercoledì e i mercati scontano con probabilità elevata un aumento dei tassi di 25 punti base, il primo rialzo dalla metà del 2023. L’impennata dell’energia rischia di complicare ulteriormente il quadro dell’inflazione.
Anche Bank of Japan e Bank of England saranno chiamate a decidere sui tassi nei prossimi giorni. Per gli investitori, il punto è capire quanto a lungo lo shock energetico e logistico potrà trasferirsi sull’inflazione.
Il Bab el-Mandeb torna così a essere un termometro della crisi mediorientale. Le navi stanno ancora passando. È proprio questa la situazione che i mercati stanno osservando: non un blocco già avvenuto, ma il rischio che uno dei passaggi più delicati del commercio mondiale possa diventare nuovamente impraticabile.