Il dibattito sull’eolico offshore in Italia sta rapidamente spostando lo sguardo verso quelle acque che lambiscono la costa adriatica. Si tratta di una prospettiva concreta o soltanto di una suggestione? Nel grande cantiere della transizione energetica, l’Adriatico si candida sempre più chiaramente a essere una delle dorsali strategiche per l’eolico offshore italiano.
Ma a che punto siamo davvero? Renato Ricci, professore all’Università Politecnica delle Marche, è stato uno dei primi a studiare in modo sistematico le potenzialità del vento adriatico e ha contribuito a mappare la ventosità marina e a definire linee guida per l’eolico in mare, ben prima che il tema entrasse con forza nell’agenda politica.
Professore, l’Adriatico è oggi considerato una delle aree più promettenti per l’eolico offshore in Italia. È una prospettiva concreta o solo una suggestione?
«Le risorse eoliche del Mare Adriatico sono state ampiamente studiate nel progetto europeo P.O.W.E.R.E.D. – Project of Offshore Wind Energy: Research, Experimentation, Development, conclusosi nel 2014 e finanziato nell’ambito della linea IPA Crossborder 2007-2013. Il progetto, di cui sono stato Responsabile Scientifico, ha visto tra i partner anche il Ministero dell’Ambiente italiano e ha prodotto, oltre a una mappa della ventosità su scala pluriennale, delle linee guida per lo sviluppo dell’eolico offshore nell’Adriatico. Il progetto POWERED ha rappresentato la progettualità italiana alla “2012 United Nations Conference on Sustainable Development in Rio” nota anche come Rio+20».
Al di là dei progetti annunciati e delle dichiarazioni politiche, quali sono gli elementi tecnici e ambientali che determinano se un investimento eolico offshore in Adriatico è davvero sostenibile e redditizio?
«Gli incentivi per l’eolico offshore sono individuati nel Decreto FER-2, in vigore da agosto 2024 fino a dicembre 2028, poco più di quattro anni. Un periodo davvero breve, considerando la complessità del processo autorizzativo per un parco eolico offshore, aggravato dalla ricorrente contrapposizione “ambientalista” che da sempre caratterizza lo sviluppo delle rinnovabili in Italia. Molti investitori, pur di evitare i problemi legati alla “visibilità” delle turbine (impatto paesaggistico ndr), hanno scelto soluzioni offshore galleggianti in acque internazionali. Ciò frammenta lo sviluppo dell’eolico italiano, costringendo a impianti meno collaudati e più costosi, con minore redditività. Diventa quindi fondamentale poter operare non troppo lontano dalla costa, con fondazioni tradizionali come monopali o tralicci sommersi, per garantire la sostenibilità economica dell’investimento».
Qual è il ruolo reale che possono svolgere i porti dell’Adriatico come snodi energetici e logistici per la filiera offshore? E quali sono oggi gli scali più attrezzati o con maggior potenziale?
«In altri Paesi europei, i porti industriali non sono solo scali attrezzati, ma anche siti per l’eolico offshore. In Italia, l’unico esempio è l’impianto near-shore nel porto di Taranto. I porti industriali rappresentano l’unica soluzione per garantire sia la filiera produttiva delle turbine sia il supporto alla loro installazione. È necessario però rimodularli strategicamente per ospitare aziende e mezzi in grado di produrre turbine eoliche di grande taglia con rotori oltre 200 metri di diametro. Si tratta di un percorso virtuoso che il governo dovrebbe avviare subito, se vuole consentire l’operatività entro i prossimi dieci anni. Senza questo passaggio, temo sarà impossibile garantire in tempi adeguati la fornitura di turbine agli investitori».
Formazione, ricerca, industria: come possiamo trasformare la costa adriatica in un ecosistema di innovazione della Blue Economy e non solo in un cantiere estemporaneo di progetti isolati?
«Il mondo della ricerca scientifica è da tempo impegnato nello sviluppo di nuovi metodi e strumenti per sostenere la Blue Economy. La crescita industriale, invece, è strettamente legata a scelte politiche nazionali che oggi richiedono maggiore definizione. La formazione deve essere fortemente incentivata e coordinata, per offrire reali sbocchi professionali e occupazionali in settori complessi come quello portuale. È una sfida da raccogliere subito, per fornire un adeguato supporto all’industria dell’eolico offshore nel momento cruciale del suo sviluppo».
Se dovesse indicare tre priorità per rendere il vento dell’Adriatico un’opportunità strutturale e non una moda passeggera, quali sarebbero?
«In primo luogo, la scelta delle aree per lo sviluppo degli impianti eolici offshore dovrebbe spettare al governo. Questo implicherebbe che tutti gli studi ambientali, geotecnici, logistici e di trasporto siano a carico dello Stato, che svolgerebbe anche il legittimo ruolo di mediatore politico con enti e associazioni di categoria. Una volta definite le aree, si dovrebbero indire gare pubbliche per l’assegnazione, basate sulla qualità progettuale e sulla solidità economica dei proponenti. Durante l’intero percorso autorizzativo, il governo centrale dovrebbe sostenere la formazione di figure professionali da inserire nella filiera industriale dell’eolico offshore. Questo permetterebbe di far crescere nuove risorse umane in settori di grande interesse internazionale».
Quali criteri oggettivi dovrebbero guidare le autorizzazioni?
«Il rilascio di un’autorizzazione per un impianto eolico, terrestre o marino, richiede una Valutazione di Impatto Ambientale e una di Compatibilità Paesaggistica. Si tratta di due fasi cruciali, che spesso però non si basano su criteri oggettivi, a causa della complessità delle tematiche coinvolte. Alcune Regioni hanno anticipato le Linee Guida Nazionali elaborando autonomamente strumenti di valutazione, ma per ambienti complessi come il mare, credo che solo una selezione delle aree di sviluppo affidata al Governo centrale possa portare a un processo autorizzativo più oggettivo e trasparente».