Negli Stati Uniti l’inflazione continua a tenere banco, con nuovi segnali di tensione che complicano lo scenario economico e le strategie della Federal Reserve. A luglio, l’indice dei prezzi al consumo ha confermato un aumento dell’2,7 % su base annua, stabile rispetto al mese precedente. Ma è il dato sottostante a evidenziare una dinamica più preoccupante: l’inflazione core, che esclude i settori energetici e alimentari più volatili, è salita al 3,1 % annuo, più di quanto previsto dal mercato. Il consolidamento dell’inflazione complessiva è dovuto in parte al calo dei prezzi della benzina (-9,5 % su anno), che ha controbilanciato in parte l’impatto delle tariffe promosse dall’amministrazione Trump su una vasta gamma di beni importati. Tuttavia, l’aumento dell’inflazione core rivela che i rincari si stanno diffondendo anche nei settori meno esposti a fluttuazioni esterne.
I rincari cominciano a farsi sentire in diversi segmenti: mobili, abbigliamento, articoli per la casa e servizi come cure mediche e trasporti. Questo spinge a ritenere che l’effetto delle tariffe stia gradualmente incidendo anche sui costi sostenuti dai consumatori. Di conseguenza, molti ritengono che la Fed potrebbe essere costretta a rimandare le attese riduzioni dei tassi di interesse. Già nel corso del mese di giugno, era emerso un rialzo dell’inflazione a 2,7 %, associato a pressioni in particolare su alimentari, energia e beni importati, impattati dalle misure protezionistiche. Alcune aziende come Walmart e Nike hanno iniziato a trasferire i costi aggiuntivi ai prezzi al dettaglio, contribuendo ad accentuare la percezione di una spirale inflazionistica.
Un fenomeno che si fa sempre più concreto è l’ipotesi di una “stagflazione light”, una combinazione di rallentamento economico e stagnazione dell’inflazione che torna a preoccupare gli osservatori. I dati del mercato del lavoro sono meno solidi del previsto, con una crescita delle assunzioni più debole del solito, e i PMI manifatturieri indicano un calo nell’attività industriale. In questo contesto, un’inflazione che non scende è un campanello d’allarme per l’economia americana, che rischia di entrare in un periodo di crescita lenta e costi elevati. A commento dei dati, alcuni membri della Fed restano cauti: riconoscono che l’inflazione è ancora troppo robusta per autorizzare una politica monetaria accomodante, nonostante le pressioni politiche per tagliare i tassi. Le aspettative di mercato suggeriscono comunque un possibile taglio già a settembre, anche se questa ipotesi dovrà fare i conti con la fragilità dei consumi, l’incertezza geopolitica e il peso delle misure protezionistiche.