Nella giornata di lunedì sono scaduti i sessanta giorni che i rappresentanti di Iran e Stati Uniti si erano dati come tempistica per chiudere il conflitto dopo la firma del memorandum di Islamabad, che iniziava una tregua e dava sollievo all’economia iraniana sospendendo alcune sanzioni economiche sul petrolio.
A metà agosto sembra lontano non solo quell’accordo, ma anche l’ottimismo di inizio agosto del Segretario di Stato Usa Marco Rubio e del suo collega al Tesoro Scott Bessent che parlavano di un paio di giorni prima della finalizzazione di un’intesa definitiva.
Basti guardare le dichiarazioni reciproche: prima Donald Trump ha scritto sul suo social network privato Truth che Teheran non può “in alcun modo, forma o maniera avere una bomba nucleare”, il nostro “primo obiettivo”. Qualche ora più tardi il presidente americano ha detto in un’intervista telefonica con la rete Fox News che tanto per cominciare “l’Iran dovrebbe sventolare la bandiera bianca della resa”.
Commentando l’ipotesi di un accordo separato con l’Oman poi, l’inquilino della Casa Bianca ha affermato che se il Sultanato si metterà in mezzo ai negoziati “li bombarderemo pesantemente”. Più tardi nello Studio Ovale è tornato sulla sua proposta di qualche giorno fa di dichiarare lo Stretto “territorio Usa”: in una dichiarazione ai giornalisti ha rimarcato la propria posizione definendola “una grande idea, dato che di fatto lo controlliamo già”. Nonostante nella giornata del 16 agosto i dati di navigazione dicano che è uscita solo una nave dal Golfo Persico.
Da Teheran invece si fa sapere che alla presentazione di una dichiarazione d’intenti congiunta con l’Oman mancherebbero solo “alcuni dettagli”: lo conferma Esmail Baghaei, portavoce del ministero degli esteri, usando però parole simili a quelle usate la scorsa settimane, segno di una stagnazione dei negoziati anche in quel senso. Ha poi aggiunto che la scadenza della deadline inizialmente prevista ormai sarebbe “irrilevante” dato che lo scorso 7 luglio “sono stati proprio gli Stati Uniti a stracciare il memorandum di Islamabad”.
Le condizioni che erano trapelate, tra le quali spiccava il controllo degli ingressi affidato a Teheran, avevano incontrato la ferma opposizione di Washington ma anche dei principali gruppi armatoriali. Hanno firmato una lettera aperta di protesta i presidenti e ceo di diverse associazioni, che comprendono Asian Shipowners’ Association, Bimco, che raccoglie gli armatori del Mar Baltico, Cruise Lines International Association, la European Community Shipowners’ Association, la International Chamber of Shipping che raccoglie l’80% degli operatori mondiali, più Intercargo e Intertanko, che si occupano di carichi secchi e liquidi e il World Shipping Council.
I destinatari erano il Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres e al segretario dell’International Maritime Organization Arsenio Dominguez, ai quali chiedevano di tenere fermi i principi del diritto marittimo, che consentono la libera circolazione delle navi ovunque, senza controllo dei passaggi da parte delle nazioni confinanti. Un quadro più completo della situazione viene fornito da un’esclusiva della Reuters, che ha interpellato un alto funzionario iraniano senza rivelarne l’identità.
Il misterioso dirigente ha usato toni estremamente netti: in primis ha detto che ormai Teheran ha abbandonato le speranze di un successo nei negoziati passando a un atteggiamento “pienamente offensivo” e che ci si prepara a un periodo di “decisioni difficili nello Stretto e nella Regione” con una soluzione estrema come un attacco “coordinato e preciso” teso a rompere il controblocco della flotta americana al largo di Oman e Pakistan. Insomma, un’escalation vera e propria.
Un segno delle tensioni che non si placano è venuto da uno degli alleati di Teheran, ovvero i ribelli Houthi che occupano parte dello Yemen, che hanno annunciato di aver bersagliato “con diversi missili” una nave commerciale saudita e le quattro navi militari di scorta al largo della città yemenita di Mokha come parte della loro campagna di blocco navale nei confronti di Riad, da loro ritenuta una nazione nemica e alleata degli Stati Uniti.
Poi nel tardo pomeriggio di lunedì l’agenzia Fars, fonte ufficiale del regime iraniano, ha annunciato il sequestro di una petroliera di proprietà di una società emiratina vicino all’isola di Qeshm. La ragione di questa decisione che l’imbarcazione avrebbe violato “le disposizioni” imposte unilateralmente da Teheran, ovverosia l’utilizzo della rotta da loro prescelta e il “pagamento del servizio” di sicurezza.
Una delle poche note positive viene dalla diplomazia turca, con il ministro degli esteri Hakan Fidan che avrebbe contattato telefonicamente la controparte iraniana Abbas Araghchi con l’obiettivo di mantenere in piedi il fragile cessate il fuoco.
Una situazione, quindi, dove l’ottimismo di qualche settimana fa sembra essersi molto annacquato anche per quanto riguarda un accordo di massima con l’Oman, che rischia di nascere già morto.