L’export di petrolio nella Penisola araba torna a scorrere su entrambi i fronti. Da qualche giorno erano già ripresi i carichi delle petroliere nello scalo di Ras Tanura verso lo Stretto di Hormuz e i barili di greggio hanno raggiunto i 6 milioni e 500mila al giorno in quella direzione, ma da domenica è ripartito anche il pompaggio dell’oleodotto Est-Ovest, che era rimasto bloccato dallo scorso 10 settembre, giorno in cui era stato danneggiato da un attacco via drone.
Da quando è iniziata la guerra tra Washington e Teheran, l’oleodotto ha ripreso la sua funzione di strumento utile ad aggirare i blocchi navali che aveva quando è stato commissionato ai tempi del conflitto tra Iran e Iraq negli anni ’80. Domenica sono anche ripartite le prime navi dal porto di Yanbu, sul Mar Rosso, e se gli attacchi dei ribelli Houthi non saliranno d’intensità, i flussi potrebbero superare quelli pre-bellici.
Secondo un’analisi pubblicata dal Wall Street Journal, però, l’ipotesi è improbabile ed è più facile che i flussi di petrolio sul gasdotto, che può funzionare a una massima capacità giornaliera di 7 milioni di barili di petrolio, restino intorno al livello attuale di 3,5 milioni di barili.
Non bisogna dimenticare inoltre che l’Arabia Saudita ha anche aperto una via su gomma verso il porto omanita di Sohar ed esporta il greggio non soltanto verso l’Asia da Yanbu passando per Bab El-Mandeb, ma usa lo scalo egiziano di Ain Sokhna, terminale del gasdotto Sumed che sbuca nel porto di Alessandria, nel Mediterraneo.
I prezzi del petrolio al momento però non hanno ancora risentito di questa recente svolta: troppo alta l’incertezza e lo stallo prolungato della diplomazia sulla riapertura totale di Hormuz mantengono il costo del Brent intorno ai 104 dollari al barile.