La salute delle banche cinesi racconta meglio di molti indicatori ufficiali lo stato reale dell’economia. E i risultati del primo semestre 2026 offrono a Pechino una notizia incoraggiante, ma non ancora una vittoria. Le cinque maggiori banche commerciali del paese hanno infatti registrato una crescita degli utili compresa fra il 3 e il 5%, mettendo a segno la migliore performance degli ultimi anni. Il dato arriva dopo una lunga fase nella quale la crisi immobiliare, la compressione dei margini e la debolezza della domanda interna avevano progressivamente eroso la redditività del sistema creditizio.
Industrial and Commercial Bank of China (IcBc), il maggiore istituto di credito mondiale per attività, ha visto crescere l’utile netto del 3,3% nel primo semestre. Bank of China ha fatto ancora meglio, con un aumento del 5,1%, mentre Agricultural Bank of China, China Construction Bank e Bank of Communications hanno registrato rispettivamente incrementi del 4,9%, 4,6% e 4%. Per quattro dei cinque grandi gruppi bancari si tratta della crescita semestrale più forte dal 2022; per Bank of Communications è la migliore dal 2023.
Il dato più significativo, tuttavia, non è quello sugli utili. È il comportamento dei margini di interesse, uno degli indicatori fondamentali della redditività bancaria. Nel secondo trimestre il margine netto medio del settore commerciale cinese è salito di un punto base, all’1,41%. È il primo miglioramento trimestrale dal 2022, quando gli effetti della crisi immobiliare e l’aumento dei crediti problematici avevano iniziato a pesare con particolare intensità sui bilanci bancari.
Non significa che la crisi sia stata superata. Significa piuttosto che la fase di deterioramento più rapido potrebbe essersi arrestata, almeno per i grandi istituti. La distinzione è essenziale per capire la traiettoria della seconda economia mondiale. Le grandi banche hanno infatti beneficiato della loro posizione privilegiata nel sistema finanziario cinese. Sono strettamente legate allo Stato, dispongono di una base di depositi enorme e hanno adottato politiche di credito più prudenti rispetto agli istituti regionali di dimensioni minori. La loro esposizione ai segmenti più fragili del mercato immobiliare e alle imprese maggiormente indebitate è dunque relativamente contenuta. La crescita degli utili segnala soprattutto la capacità del nucleo centrale del sistema bancario di assorbire lo shock. Il problema è che lo shock non è scomparso. L’economia cinese continua a crescere a un ritmo intorno al 4%, inferiore alle dinamiche che per decenni hanno alimentato l’espansione del credito, degli investimenti e del mercato immobiliare. La domanda interna rimane debole, i consumatori esitano ad aumentare l’indebitamento e il settore immobiliare non ha ancora ritrovato una funzione propulsiva paragonabile a quella esercitata nel precedente modello di crescita.
È qui che emerge la contraddizione centrale. Per sostenere l’economia, Pechino ha bisogno di credito abbondante e relativamente economico. Ma tassi bassi e concorrenza sui prestiti comprimono i margini delle banche, proprio mentre queste devono gestire il rischio di nuovi crediti deteriorati. La stabilità finanziaria richiede prudenza; la stabilizzazione macroeconomica richiede invece che il credito continui a fluire. Gli analisti non prevedono perciò un recupero strutturale dei margini nel breve periodo. Il contesto di bassi tassi e la debolezza dei consumi continueranno a limitare la redditività. Anche le commissioni legate alle carte e ai servizi finanziari rischiano di soffrire, mentre la qualità degli attivi potrebbe peggiorare se i debitori più solidi continueranno a ridurre la propria leva finanziaria e una quota crescente della domanda di credito proverrà da soggetti più rischiosi. La fotografia dei grandi istituti va quindi letta come una misura della capacità dello Stato cinese di stabilizzare il proprio sistema, non come la prova di una nuova accelerazione. Le banche possono essere redditizie anche in un’economia che cresce lentamente, soprattutto quando sono parte integrante dell’architettura finanziaria statale. Ma la loro redditività non può, da sola, creare nuova domanda.
Il contrasto con l’industria automobilistica mostra dove si sta spostando il baricentro della crescita. Il caso di BYD è emblematico. Nel secondo trimestre 2026 il gruppo ha realizzato un utile netto di 8,2 miliardi di yuan, circa 1,2 miliardi di dollari, in aumento del 30% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I ricavi, però, sono scesi del 3%, a 194,6 miliardi di yuan. Il risultato è stato sostenuto soprattutto dall’espansione internazionale: fra aprile e giugno BYD ha venduto fuori dalla Cina continentale 471.091 veicoli, l’82,5% in più su base annua.
Il confronto fra mercato interno ed estero è particolarmente significativo. Secondo le stime citate da JPMorgan, il margine medio per veicolo venduto in Cina è di appena 5.000 yuan, circa 744 dollari, mentre sui mercati esteri può arrivare a 20.000 yuan. L’automobile elettrica diventa così non soltanto un settore industriale strategico, ma uno degli strumenti attraverso cui la Cina cerca di trasformare la propria sovracapacità produttiva in reddito estero.
Anche qui, tuttavia, i numeri raccontano una transizione tutt’altro che lineare. Nel primo semestre BYD ha registrato un utile netto di 12,3 miliardi di yuan, in calo del 20,5% rispetto a un anno prima, mentre i ricavi sono diminuiti del 7,1%, a 344,8 miliardi. Il balzo del secondo trimestre non è quindi sufficiente a cancellare la debolezza del mercato domestico. È piuttosto un’indicazione della nuova strategia: compensare la pressione sui margini in patria attraverso esportazioni, modelli più redditizi e crescente presenza internazionale.
Per Pechino la questione è più ampia. Il vecchio circuito secondo cui immobili, credito, investimenti e crescita si rafforzavano reciprocamente è ormai molto più debole. Il compito della politica economica è costruire un nuovo circuito fondato su consumi, tecnologia, manifattura avanzata ed esportazioni. I bilanci bancari mostrano che il sistema dispone ancora di una notevole capacità di assorbimento. L’automotive elettrico mostra invece che la nuova crescita può dipendere sempre più dalla capacità di conquistare mercati esteri.
È una trasformazione con implicazioni geopolitiche. Se la domanda interna non torna a trainare la crescita, la Cina continuerà ad avere bisogno della domanda estera per assorbire una parte della propria capacità produttiva. Il credito bancario può sostenere questa riconversione, finanziando imprese, infrastrutture e tecnologie strategiche. Ma può anche amplificare gli squilibri se viene utilizzato per rinviare la soluzione dei problemi immobiliari o mantenere in vita attività non più redditizie. La forza apparente delle cinque grandi banche è dunque un elemento di stabilità, ma anche il riflesso della particolare natura del capitalismo cinese. Il sistema finanziario non deve soltanto remunerare il capitale: deve accompagnare le priorità industriali dello Stato e distribuire il costo della transizione economica. La crescita degli utili indica che, per ora, questo meccanismo regge. La vera prova arriverà quando Pechino dovrà scegliere quanto credito destinare alla difesa del vecchio modello e quanto alla costruzione del nuovo. Finché i grandi istituti continueranno a essere redditizi e i crediti deteriorati resteranno sotto controllo, la transizione potrà apparire gestibile. Ma se la debolezza dei consumi e dell’immobiliare dovesse protrarsi, anche la solidità dei grandi bilanci diventerebbe parte del problema: non perché le banche siano sull’orlo del collasso, bensì perché potrebbero diventare il principale strumento attraverso cui lo Stato rinvia ancora una volta il costo della trasformazione.