C’era una volta l’acciaio americano. Ora il salvataggio è Made in Japan

Si erano fatte avanti due compagnie siderurgiche statunitensi, Cleveland Cliffs e Nucor, proponendo un’offerta pubblica d’acquisto di 30 dollari ad azione, molto meno dei 55 proposti da Nippon

Donald Trump

Ultimo aggiornamento 8 giugno 2025 - 00:00

Per una promessa mantenuta, ce n’è un’altra infranta o per meglio dire ricalibrata. Il presidente americano aveva promesso in campagna elettorale di fare di tutto per rafforzare il settore siderurgico americano. Con i dazi, ovviamente – innalzati al 50% a partire dallo scorso 4 giugno su tutti i partner commerciali degli Stati Uniti – ma anche evitando che la U.S. Steel, storico player dell’acciaio fondato dal banchiere e magnate J.P. Morgan nel 1901, finisca in mani straniere. Nel secondo caso, non andrà proprio così.

Analizziamo con ordine i due provvedimenti: nel primo caso c’è un insolita solidità giuridica per la legge a cui la Casa Bianca ha scelto di appoggiarsi per varare questo rialzo tariffario che risparmia solo il Regno Unito, per il quale il balzello rimane del 25%. Stavolta non è la legislazione emergenziale varata da Jimmy Carter nel 1977, ora oggetto di una disputa legale nei tribunali federali, bensì la legge sull’espansione commerciale del 1962, già utilizzata nel 2018 in occasione del primo giro di vite da parte americana nei confronti dell’acciaio europeo, che afferma che «quando un bene viene importato negli Stati Uniti in quantità eccessive, può essere limitato per ragioni di sicurezza nazionale». Una legge più che altro utile per ragioni di semplice politica interna: la crescita economica calerà soltanto dello 0,15% e i prezzi aumenteranno solo dello 0,1%. I dazi imposti sette anni fa avevano già fortemente limitato l’afflusso di acciaio e alluminio prodotto all’estero.

La novità vera però riguarda la U.S. Steel, che peraltro lo scorso autunno rappresentava uno dei pochi temi su cui Biden e Trump concordavano: non doveva finire in mani straniere. Adesso questo mood sembra essere cambiato dopo che lo scorso 3 gennaio il presidente uscente aveva bloccato l’accordo con un decreto esecutivo. Circa due settimane dopo, si erano fatte avanti due compagnie siderurgiche statunitensi, Cleveland Cliffs e Nucor, proponendo un’offerta pubblica d’acquisto di 30 dollari ad azione, molto meno dei 55 proposti da Nippon. Offerta, quella delle due aziende Usa, che si è però concretizzata. Nel frattempo, Nippon Steel ha citato in giudizio l’amministrazione americana e venerdì di questa settimana si saprà se l’azienda giapponese sia stata discriminata ingiustamente, avendo quindi diritto a un risarcimento.

La retromarcia di Donald Trump

Un fatto che si aggiungerebbe a quelli accaduti nel frattempo: Donald Trump ha cambiato gradualmente idea sul tema e si è mosso per far sì che l’accordo, ritenuto ormai l’unico possibile per conservare posti di lavoro, migliorasse in alcuni punti chiave rispetto a quello stipulato nel 2024: la sede principale della U.S. Steel, divenuta sussidiaria, sarà sempre a Pittsburgh, in Pennsylvania, e americano saranno anche il prossimo amministratore delegato e la maggioranza del board. Infine, lo stesso governo statunitense pro-tempore conserva un potere di golden power sulle decisioni che riguardano l’azienda. In questo modo si considera superata l’obiezione sulla sicurezza nazionale che ha affossato la scorsa versione dell’accordo.

Questa bozza finalizzata dall’attuale amministrazione è stata elogiata anche da parte dem, con il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro che si è espresso in termini molto entusiastici e coloriti, così come dal sindacato United Steel Workers, che vede in questo modo tutelati i posti di lavoro. Non è detta però l’ultima parola, perché prima della deadline del prossimo 18 giugno, il nuovo conglomerato controllato congiuntamente da un’azienda giapponese e dal governo americano potrebbe comunque non vedere mai la luce e l’impianto di Mon Valley Works essere drasticamente ridimensionato con licenziamenti e delocalizzazioni. I mercati però ci credono e nella prima settimana di giugno il valore del titolo U.S. Steel ha nuovamente toccato la fatidica quota di 55 dollari.

Ma c’è un’ulteriore incognita: Trump potrebbe nuovamente far saltare tutto, dato che siccome l’accordo stipulato tra le due parti è pressoché nuovo, è richiesta l’approvazione del presidente Usa. Difficilmente però l’inquilino della Casa Bianca potrà venir meno all’impegno di tutelare i posti di lavoro americani e di aumentare gli investimenti strategici (Nippon Steel ha anche promesso di aumentare la capacità produttiva sul suolo americano). E questo senza dissensi nemmeno tra i suoi avversari politici.