India e Cina, la nuova sfida asiatica per ferro e carbone

India e Cina stanno ridisegnando gli equilibri delle materie prime industriali asiatiche. Nuova Delhi, alle prese con l’espansione della capacità siderurgica, dovrà aumentare le importazioni di minerale e assicurarsi soprattutto feedstock di alta qualità

Ultimo aggiornamento 22 agosto 2026 - 14:56

L’Asia industriale sta entrando in una fase in cui la sicurezza delle materie prime conta quanto la capacità di produrre acciaio ed elettricità. India e Cina, per ragioni diverse, stanno modificando gli equilibri del mercato asiatico del ferro e del carbone. La prima deve procurarsi quantità crescenti di minerale di qualità adeguata alla propria espansione siderurgica. La seconda sta riducendo strutturalmente la propria esposizione al carbone importato, pur continuando a ricorrervi quando la produzione interna rallenta. Il risultato è una competizione meno visibile di quella per petrolio e gas, ma non meno strategica: quella per assicurarsi i materiali che tengono in piedi l’industria pesante.

L’India è il caso più evidente. Nuova Delhi punta, secondo la proposta National Steel Policy 2025, a portare la capacità siderurgica a 400 milioni di tonnellate entro il 2035-36, più del doppio rispetto ai livelli attuali. Ma l’espansione non si misura soltanto in impianti e forni. Richiede ferro sufficiente e, soprattutto, ferro della qualità giusta. Nel 2024-25 l’India ha prodotto circa 289 milioni di tonnellate di minerale, diventando il quarto produttore mondiale. Il problema è che circa i due terzi delle risorse residue sono costituiti da minerali di medio e basso tenore, che devono essere sottoposti a trattamento prima di poter essere utilizzati in modo efficiente.

Qui emerge il vincolo strategico. L’India non rischia semplicemente di restare senza ferro: rischia di avere ferro inadatto alle tecnologie siderurgiche che vuole adottare. L’IEEFA stima che l’espansione della capacità di arricchimento del minerale da 136 a 170 milioni di tonnellate annue entro il 2030 richiederebbe circa 5,7 miliardi di dollari. È un investimento industriale, ma anche una misura di sicurezza nazionale. Senza questo processo, una parte rilevante delle risorse indiane rimarrà meno competitiva proprio mentre la siderurgia mondiale cerca materie prime a maggiore tenore di ferro e con minori impurità. L’allumina è un altro punto debole. Ogni aumento dell’1% del suo contenuto può accrescere il consumo di coke del 2,2% e ridurre la produttività degli altiforni del 4%. La qualità del minerale diventa dunque una variabile energetica. E l’energia, in India, coincide ancora in larga misura con la dipendenza dal carbone da coke importato: circa l’85% del fabbisogno arriva dall’estero. Scegliere un minerale meno adatto significa quindi consumare più coke, importarne di più e rendere più difficile la riduzione delle emissioni.

È qui che la geologia si trasforma in geopolitica. Con oltre 357 milioni di tonnellate di nuova capacità siderurgica in sviluppo, l’India dovrà aumentare le importazioni di minerale. Le stime del governo australiano indicano un passaggio da circa 3 milioni di tonnellate importate nel 2025 a 50 milioni nel 2031. Secondo Jindal Steel, per produrre circa 220 milioni di tonnellate di acciaio nel 2030 potrebbero servire 500 milioni di tonnellate di minerale, lasciando un deficit potenziale di circa 40 milioni anche considerando l’espansione delle miniere nazionali.

Il punto decisivo sarà dunque la provenienza di quei volumi. Australia e Brasile sono destinati a guadagnare peso, ma non per la sola capacità estrattiva. Il mercato sta premiando sempre più i minerali adatti alla produzione di direct reduced iron, il ferro preridotto destinato ai processi siderurgici a minore intensità carbonica. Per alimentare i forni DRI servono materie prime con tenori di ferro prossimi al 67% e basse impurità. Brasile e Australia stanno investendo in prodotti di questo tipo, mentre l’Oman cerca di diventare un polo del green iron. La competizione non sarà quindi soltanto sul prezzo della tonnellata, ma sulla capacità di controllare una materia prima compatibile con le tecnologie industriali del prossimo decennio.

L’India deve decidere se importare il passato o acquistare il futuro. Se prevarranno minerali destinati agli altiforni tradizionali, gli investimenti potrebbero consolidare il modello blast furnace-basic oxygen furnace e, con esso, la dipendenza dal carbone da coke. Se aumenterà invece la disponibilità di minerali premium, Nuova Delhi potrà accelerare il ricorso al DRI, alimentato inizialmente da gas naturale o syngas e, in prospettiva, dall’idrogeno verde. La materia prima, in questo senso, determina la tecnologia. La strategia delle imprese lo conferma. Tata Steel sta combinando nuove concessioni minerarie domestiche, aumento dell’estrazione e valutazione di forniture estere. Ha già sperimentato minerale canadese e considera particolarmente interessante il vantaggio operativo dei minerali a bassa allumina per gli impianti costieri. Jindal Steel, dal canto suo, dispone di un impianto DRI in Oman, ne sta sviluppando un altro e valuta persino l’importazione di DRI in India per compensare la scarsità di metallici. La filiera siderurgica indiana comincia dunque a proiettarsi oltre i confini nazionali.

In questo quadro, la Cina resta il grande fattore di equilibrio. Pechino continua a essere il maggiore produttore e consumatore di carbone del pianeta, ma il rimbalzo delle importazioni osservato nel giugno e luglio 2026 appare legato soprattutto a circostanze temporanee. Dopo l’incidente minerario che il 22 maggio ha provocato 82 morti nello Shanxi, le autorità hanno intensificato i controlli sulla sicurezza delle miniere. La produzione interna è scesa e le importazioni hanno colmato il vuoto. A luglio gli acquisti di carbone hanno raggiunto 43,73 milioni di tonnellate, il 23% in più rispetto allo stesso mese del 2025. Non significa però che la Cina stia tornando strutturalmente dipendente dal mercato internazionale. La produzione domestica dovrebbe recuperare con l’allentamento dei controlli, mentre le importazioni marittime di agosto sono stimate in calo. Circa il 75% del carbone importato arriva ancora via mare, ma questa quota è diminuita anche grazie all’aumento delle forniture terrestri, soprattutto dalla Mongolia. La geografia del carbone cinese si sta quindi spostando verso una maggiore integrazione continentale con i Paesi confinanti.

Ancora più importante è ciò che accade sul lato elettrico. Nel primo semestre del 2026 la produzione termoelettrica cinese è cresciuta del 2,9%, ma la sua quota sul totale della generazione è scesa per la prima volta sotto il 50%, al 49,7%. La crescita delle rinnovabili sta modificando lentamente la struttura della domanda. Se Pechino riuscirà a mantenere elevata la produzione interna di carbone mentre continuerà ad aumentare eolico e solare, le importazioni saranno sempre più una variabile di compensazione e sempre meno una necessità strutturale. Questo ha conseguenze per l’intero mercato asiatico. Una Cina meno affamata di carbone termico libera, nel medio periodo, volumi e riduce la pressione sui prezzi. Ma una Cina ancora dominante nella siderurgia continuerà a contendere all’India materie prime, infrastrutture e rotte commerciali. India e Cina non sono dunque semplicemente due grandi consumatori: sono i due poli attraverso cui si ridefinisce la domanda asiatica di minerali e combustibili.

Per Nuova Delhi la lezione è netta: la sicurezza industriale non può essere separata dalla sicurezza delle materie prime. La quantità di ferro presente nel sottosuolo indiano non garantisce l’autonomia. Servono impianti di arricchimento, miniere efficienti, porti, contratti esteri e accesso ai minerali premium. Per Pechino la sfida è diversa: mantenere il controllo della propria base energetica mentre la crescita delle rinnovabili riduce gradualmente il peso del carbone. Il mercato asiatico sta quindi passando dalla semplice competizione per i volumi alla competizione per la qualità, la tecnologia e la logistica. L’India dovrà importare più ferro proprio mentre cerca di ridurre la propria dipendenza energetica. La Cina potrà importare meno carbone proprio mentre resta il principale centro manifatturiero del continente. Australia, Brasile, Mongolia e Oman acquisiranno per questo un peso che eccede la dimensione delle loro economie. Nella nuova geografia industriale dell’Asia, chi controlla il minerale adatto, il carbone competitivo e le rotte per trasportarli non vende soltanto una commodity: condiziona le tecnologie, i costi e i margini di autonomia delle potenze che verranno.