Questa settimana segna una svolta nel panorama globale della cantieristica: la Cina porta a compimento la fusione da 16 miliardi di dollari tra China State Shipbuilding Corporation (CSSC) e China Shipbuilding Industry, creando così il polo navale più grande al mondo. La nuova entità controlla una quota pari al 17% del mercato globale, oggi leader incontrastato, con un fatturato aggregato di circa 18 miliardi di dollari e un portafoglio ordini che supera i 530 navi, per un tonnellaggio complessivo di 54 milioni di tonnellate.
Un tempo evitata per favorire la concorrenza domestica (nel 1999), questa fusione risponde ora a una visione strategica diversa: consolidare capacità industriale, efficienza e sinergie in ambiti civili e militari. Il nuovo gigante non solo rafforza il dominio commerciale della Cina sulle grandi navi, ma dialoga anche con le esigenze navali del Paese. CSSC, in particolare, continua a eseguire commesse rilevanti per la marina militare, mentre China Shipbuilding Industry vanta tra i suoi lavori il primo vero portaerei cinese “Shandong”. Il dominio cinese sul mercato navale emerge in maniera schiacciante: la produzione del Paese rappresenta circa 55% del tonnellaggio globale, contro un modesto 0,05% degli Stati Uniti, che dispongono di capacità produttive inferiori di 232 volte rispetto a quelle cinesi.
Gli Stati Uniti, tra esitazioni e ambizioni, cercano ora di risvegliare il settore nazionale: l’amministrazione Trump ha proposto l’introduzione di tasse portuali sui mezzi costruiti in Cina e misure in favore delle costruzioni nazionali, accompagnate da un ufficio dedicato alla cantieristica presso la Casa Bianca. Tuttavia, l’industria domestica è ormai ridotta all’osso, con scarsa presenza commerciale, una forza lavoro assottigliata e cantieri concentrati su programmi militari. Per capire di cosa stiamo parlando: nel 2024, le navi costruite in Cina rappresentavano circa il 55% del tonnellaggio globale, lo stesso indicatore negli Stati Uniti era dello 0,05%.
Nel nuovo contesto mondiale, anche altri paesi stanno muovendo le proprie pedine: il Giappone, ad esempio, ha lanciato un ambizioso piano di rilancio del settore, con l’obiettivo di raddoppiare la propria quota di mercato al 20% entro il 2030, attraverso un fondo pubblico-privato da circa 6,7 miliardi di dollari. Corea del Sud e Giappone intendono ricostruire posizioni perse, sfruttando le disattenzioni della concorrenza cinese e le difficoltà statunitensi. Ma anche l’India ha presentato un piano miliardario che inizia a spaventare i competitor asiatici.