A Cipro il mare continua a essere azzurro, ma per chi ci lavora da una vita è sempre meno una promessa e sempre più un bilancio in rosso. I pescatori della piccola pesca costiera hanno chiesto alle autorità un piano nazionale decennale per evitare che un mestiere antico finisca lentamente nell’elenco delle attività che l’Europa rimpiangerà dopo averle lasciate scomparire.
La richiesta è arrivata questa settimana al commissario europeo per la Pesca e gli Oceani, Costas Kadis, durante un incontro con l’Unione dei piccoli pescatori costieri, il centro di ricerca Enalia Physis, AP Marine e Oceana. Il punto non è soltanto ottenere qualche misura di sostegno. È, più banalmente e più ambiziosamente, avere una politica.
Il settore denuncia una combinazione che non lascia molto spazio all’ottimismo: stock ittici in calo, specie invasive, cambiamenti climatici, aumento dei costi, redditi incerti e una crescente competizione per lo spazio marittimo. A questo si aggiunge la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, che prospera dove i controlli non arrivano o arrivano troppo tardi. Il risultato è che il mestiere diventa meno redditizio proprio mentre diventa più rischioso.
E poi c’è l’anagrafe. I pescatori invecchiano e i giovani, comprensibilmente, fanno altri conti. Difficile convincere una nuova generazione a salire su un peschereccio quando il futuro dipende da prezzi instabili, risorse che diminuiscono e decisioni prese altrove. La tradizione, da sola, non paga le bollette.
Il piano decennale proposto dai pescatori è stato elaborato insieme agli scienziati e contiene gli elementi che spesso rendono riconoscibile una politica pubblica seria: obiettivi, priorità, azioni concrete, responsabilità, un bilancio indicativo e una tabella dei tempi. Non una dichiarazione d’intenti, dunque, ma una lista di cose da fare e, soprattutto, di persone che dovrebbero farle.
Tra le richieste c’è quella di garantire un accesso preferenziale alle aree costiere e alle zone di pesca tradizionali per gli operatori a basso impatto. Poi il recupero degli stock ittici, un controllo più efficace sia sulla pesca commerciale sia su quella ricreativa, un migliore accesso ai mercati e ai finanziamenti e un ruolo effettivo dei pescatori nelle decisioni che riguardano le loro comunità.
È un tema meno pittoresco di quanto sembri. La piccola pesca viene spesso celebrata come una delle forme più sostenibili di economia marina, salvo poi lasciarla competere con attività e interessi che hanno maggiore capacità di pressione politica. Il problema non è soltanto chi pesca quanto. È chi decide dove, come e con quali regole si può pescare.
La stessa Commissione europea, nella sua recente valutazione della Politica comune della pesca, ha riconosciuto che il quadro normativo resta valido ma che la sua applicazione disomogenea nei diversi paesi ha rallentato il recupero degli stock e aggravato le difficoltà economiche del settore. I pescatori ciprioti non hanno bisogno di molte altre conferme: chiedono che le regole smettano di essere una teoria europea e diventino una pratica locale.
Il futuro European Ocean Act potrebbe offrire un’occasione ulteriore per rafforzare la governance degli spazi marini e proteggere la pesca costiera a basso impatto. Ma anche qui vale una regola piuttosto terrestre: una buona legge non serve a molto se nessuno la applica.
La richiesta cipriota, in fondo, è sorprendentemente modesta. Non chiede di fermare il tempo né di trasformare ogni pescatore in un monumento vivente alla tradizione mediterranea. Chiede dieci anni di programmazione, controlli credibili e la possibilità di partecipare alle decisioni. In cambio offre conoscenza del mare, esperienza e una professione che potrebbe ancora avere un futuro.
Per una volta, salvare un mestiere non significa conservarlo in una teca. Significa permettergli di funzionare. E forse, nel Mediterraneo, sarebbe già una politica del mare.