Il rame è uno dei metalli che viene usato ormai da millenni nella storia umana; eppure, il suo uso ancora oggi è fondamentale anche in manufatti ad alta tecnologia: viene infatti utilizzato nei device elettronici, nei cavi elettrici e anche nei motori delle auto, senza dimenticare i sempre più necessari data center necessari per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Anche per questo lo scorso 8 luglio Donald Trump ha imposto un dazio sulla sua importazione del 50%. L’idea, ovviamente, è quella di stimolarne la produzione nazionale. L’effetto immediato però è stato un brusco rialzo dei prezzi, circa il 13% in un solo giorno secondo il dato diffuso da FactSet, un sito di analisi finanziaria, che ha portato il costo di una libbra di rame (la misura statunitense standard pari a circa 450 grammi) a toccare i 5 dollari e 69 centesimi, il record assoluto dal 1968. E questo soltanto in previsione del balzello tariffario, che entrerà in vigore il prossimo 1° agosto. E il trend per il prezioso minerale era già in crescita da tempo: su base annua c’è stato un aumento per i futures legati al rame del 39%, il rialzo più massiccio per qualsiasi bene indicizzato a Wall Street. Per fare un paragone, i bitcoin nello stesso periodo sono risaliti del 24% e l’oro del 26%. Per capire meglio come questo sia potuto succedere bisogna vedere come gli Stati Uniti si sono approvvigionati del prezioso minerale negli ultimi decenni.
Da sempre il controllo della produzione di rame, anche all’estero, è stato fondamentale e molti storici concordano che la nazionalizzazione delle miniere portata a compimento dal presidente cileno Salvador Allende sia stata una delle cause principali che ha condotto al golpe di Augusto Pinochet nel 1973. E proprio dal paese sudamericano, così come dal Canada e dal Perù che gli Stati Uniti tuttora prendono circa il 90% del rame importato nel corso del 2024, secondo i dati diffusi dallo U.S. Geological Survey. E nelle ultime settimane, gli importatori hanno lavorato alacremente per portare a termine un numero extra di consegne. Un’analisi del gruppo bancario Morgan Stanley stima che circa 400mila tonnellate extra siano arrivate negli Stati Uniti negli ultimi sei mesi. Se queste riserve extra possono fornire una sorta di cuscinetto per un certo periodo, a un certo punto non basteranno più e gli Stati Uniti dovranno comprare rame sotto il nuovo regime tariffario. E l’inflazione potrebbe riesplodere, come sostiene uno studio della banca olandese Ing. Perché una delle conseguenze della liberalizzazione del commercio è che sempre meno miniere sono state aperte negli ultimi vent’anni, nonostante un report di S & P Global ritenga che nel sottosuolo statunitense ci siano riserve sufficienti ad accontentare la domanda interna. Ma sono insufficienti sia il settore delle miniere sia quello del processo di estrazione del metallo dal minerale grezzo. Negli Stati Uniti, ad esempio, ci sono soltanto due fonderie attive che possono fare la procedura. E quindi il 29% del minerale grezzo viene mandato all’estero per l’estrazione finale. E questo non è più possibile nel nuovo sistema post-tariffario stabilito da Donald Trump. Anche dal punto di vista delle miniere ci sono delle difficoltà oggettive. Due sono i siti aperti nell’ultimo ventennio: la miniera Eagle, nel Michigan superiore, aperta nel 2014, dove però le stime ci dicono che c’è minerale estraibile per solo altri due anni e il sito di Safford, inaugurato nel 2007 a est di Phoenix, in Arizona, che invece ha qualche anno in più davanti a sé. E proprio lo stato al confine con il Messico è il posto dove si trova il 70% della produzione nazionale americana di rame. E proprio lì c’è un altro progetto in corso di apertura su cui si ripongono grandi speranze. A Sud di Phoenix il finanziere Robert Friedland ha acquistato un terreno inizialmente destinato a scopo residenziale dove invece ci sarà un altro colossale giacimento. La miniera, denominata Santa Cruz, quando andrà a regime, potrà estrarre circa 20mila tonnellate di minerale al giorno da processare.
Il problema è che, anche con la sburocratizzazione prevista dall’amministrazione repubblicana di Donald Trump, la costruzione dell’impianto potrà avvenire solo da inizio 2026. E il primo carico uscirà dalle viscere della terra soltanto nel 2028. A dimostrazione quindi che la produzione nazionale non può essere aumentata dall’oggi al domani. La reazione quasi impercettibile dei mercati all’annuncio del dazio draconiano del 50% però fa presagire quale possa essere la strategia degli importatori: massimizzare le pause e le sospensioni che di volta in volta vengono annunciate dalla Casa Bianca per fare come nella prima metà del 2025. Altrimenti la corsa verso l’auto elettrica e l’intelligenza artificiale verrà rallentata dai crescenti costi che gli Stati Uniti si sono autoimposti. Ancor più grave se si pensa che è il secondo metallo più utilizzato dal Dipartimento della Difesa, dopo l’acciaio.