I dazi di Donald Trump: scelta politica, non economica / ANALISI

Bessent, segretario al Tesoro, aveva annunciato una settimana di trattati, poi lo shock: 30% all'Unione europea

Donald Trump

Ultimo aggiornamento 8 agosto 2025 - 16:21

Doveva essere una settimana ricca di nuovi trattati commerciali da annunciare, secondo il segretario al Tesoro americano Scott Bessent. Invece si può riassumere in una settimana di utilizzi creativi dello strumento dei dazi da parte dell’amministrazione americana, anche contro l’Unione Europea, di cui l’Italia fa parte a pieno titolo. Alcuni mai visti prima. Una girandola di sorprese alcune difficilmente classificabili. Occorre andare in ordine cronologico.

Tutto è cominciato lunedì, con una serie di lettere inviate da Donald Trump a una serie di partner commerciali africani e asiatici, che annunciavano che, a partire dal primo agosto, certi paesi avrebbero dovuto pagare un nuovo livello di dazi: a partire da Giappone e Corea del Sud, colpiti da tariffe commerciali del 25%. Altri meno fortunati: al Sudafrica toccherebbe un balzello del 30% mentre al Myanmar addirittura il 40%. A meno che questi non riuscissero a ottenere un nuovo accordo entro il 1° agosto. E stavolta, dice il presidente, “nessuna nuova proroga”. Almeno per ora.

Martedì è arrivata la comunicazione di Bessent già citata all’inizio, forse anche per calmare i mercati che comunque non hanno reagito in modo particolare, tanto da far dire al presidente quindi che le Borse mondiali “hanno ricevuto molto bene” questi provvedimenti. Mercoledì poi sono arrivati i dazi nei confronti del Brasile, anche se il paese sudamericano in realtà sarebbe un partner commerciale modello per gli standard trumpiani: si tratta di uno dei maggiori acquirenti di beni statunitensi, quantificabili in 49 miliardi di dollari nel 2024, superiori alle merci brasiliane comprate dagli Stati Unti.

Eppure, si sono beccati una tariffa del 50% su tutte le categorie merceologiche per il processo in corso contro l’ex presidente Jair Bolsonaro, accusato di aver cercato di rovesciare il risultato delle presidenziali del 2022, in modo simile a quanto fatto dallo stesso Trump nel 2020. Ecco che allora il leader della Casa Bianca corre in soccorso dell’alleato, senza altre considerazioni economiche. Sempre giovedì è arrivato un dazio al 35% anche per il Canada. Il motivo, anche in questo caso, è extracommerciale: Ottawa avrebbe fatto troppo poco per fermare il traffico di Fentanyl al confine con gli Stati Uniti.

E infine nella mattina di sabato, a mercati chiusi, è arrivato il dazio per l’Unione europea. Non il 10% auspicato da Bruxelles e nemmeno il 20% del Liberation Day, ma il 30%. Un’escalation che coglie di sorpresa Bruxelles, con la Commissione europea che si ritrova spiazzata nonostante la speranza della vigilia di trovare un accordo smussando le asperità. Evidentemente, come appare evidente dal testo della lettera, Donald Trump si aspetta che l’Unione ceda alle sue pretese di avere corsie preferenziali per certe merci più discusse, come il pollo al cloro e la carne cresciuta con l’uso di ormoni, ma è ancora presto per capire cosa avverrà.

Di fatto però si può dire che finora, dall’insediamento del tycoon lo scorso 20 gennaio si sono concretizzati soltanto due trattati, peraltro in forma embrionale: lo scorso 8 maggio è arrivato l’accordo con il Regno Unito, che prevede un dazio base del 10% con esenzioni totali per acciaio e alluminio e uno con il Vietnam annunciato il 2 luglio, con un abbassamento dei dazi dal 46% annunciato ad aprile al 20% scritto dallo stesso presidente sulle pagine social.

Secondo un retroscena rivelato dal portale finanziario Bloomberg, ad Hanoi si sarebbero attesi un dazio più basso, simile a quello inglese. Anche in questo caso c’entra la Cina: Washington avrebbe preferito un atteggiamento di maggior chiusura da parte del paese del Sud Est asiatico. I dettagli però devono ancora essere scritti nero su bianco. Così come nel caso dell’Unione europea.