Dazi, per ora più potere che soldi. Nelle casse Usa entrano 81 miliardi / ANALISI

Appare ben lontana la stima fatta dal Segretario al Tesoro Scott Bessent e dal Consigliere speciale per il Commercio Peter Navarro sugli oltre 300 miliardi che sarebbero entrati nelle casse Usa

Una portacontainer Msc entra nel porto di Singapore

Ultimo aggiornamento 8 agosto 2025 - 16:21

Con il ritorno alla presidenza di Donald Trump, gli analisti concordavano su una novità già accennata durante il suo primo mandato, ovvero un uso massiccio dei dazi. Gli estimatori del tycoon hanno sempre sostenuto che la valanga di tariffe emanata nel cosiddetto “Liberation Day” lo scorso 2 aprile sia uno strumento per costringere le nazioni a negoziare nuovi trattati che favoriscano gli Stati Uniti. Finora, ci sono state due bozze di accordo da finalizzare nei dettagli: uno con il Regno Unito, già preservato dall’ondata generale di rialzi con un livello base del 10% e uno, annunciato il 2 luglio, con il Vietnam, partner commerciale cruciale in ottica anticinese, stavolta con un dazio del 20%.
A quasi sei mesi dall’entrata in carica della nuova amministrazione, si possono già tracciare dei primi bilanci sugli effetti di questa nuova politica sul commercio internazionale. Facciamo un passo indietro: quando Trump entra in carica la prima volta, nel 2017, il livello medio di dazi è dell’1,6%. Siamo in un mondo dove la sua avversaria alle presidenziali dell’anno prima, la dem Hillary Clinton, parlava apertamente di un mondo occidentale che fungesse da grande area di libero scambio. Otto anni dopo, dopo quattro anni di presidenza di Joe Biden, il livello medio si era rialzato al 2,4%. Oggi i dati dello Yale Budget Lab ci restituiscono un panorama molto volatile e con livelli ben più alti, che sono oscillati dal 6,9% precedente al Liberation Day fino al 28% di inizio maggio, prima delle escalation con la Cina. Gli ultimi dati disponibili, risalenti a inizio giugno, ci parlano di un livello del 15,6%, il più alto dagli anni ’30, quando gli Stati Uniti, con il Reciprocal Tariff del 1934, si incamminarono sulla via del libero commercio, con la parentesi degli embarghi alle nazioni dell’Asse imposti poco prima dell’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale. Quest’epoca è finita ottant’anni dopo però anche con un’altra ragione che esula da quella dell’uso delle tariffe per ottenere condizioni vantaggiose. Il presidente lo aveva dichiarato nel discorso inaugurale lo scorso 20 gennaio: i dazi sono anche un formidabile introito, volendo. E fino al 1913, anno dell’introduzione dell’imposta individuale sul reddito, sono stati la fonte principale dei fondi raccolti dal governo federale statunitense.

Il magazine online Axios ha di recente ottenuto alcuni dati che ci raccontano che questo risultato è stato in parte raggiunto: 106 miliardi di dollari sono entrati nelle casse doganali americane, almeno allo scorso 27 giugno. Facendo un calcolo approssimativo, entro la fine dell’anno ci dovrebbero essere circa 200 miliardi in più. Se però si va a leggere più in profondità, solo 81 miliardi e 600 milioni vengono dai balzelli introdotti da Trump. Appare ben lontana quindi la stima fatta dal Segretario al Tesoro Scott Bessent e dal Consigliere speciale per il Commercio Peter Navarro sugli oltre 300 miliardi che sarebbero entrati nelle casse Usa.

Quello che però sembra aver dato in parte ragione al modello del presidente sono le analisi degli investitori. Anche in questo, si deve partire dai freddi numeri di Wall Street: l’ultimo venerdì del mese di giugno la Casa Bianca aveva annunciato la chiusura delle trattative commerciali con il Canada a causa della “digital tax” imposta dal governo liberale di Mark Carney. Se per qualche ora l’indice Standard & Poor’s era fortemente calato, in chiusura invece aveva raggiunto dei livelli molto alti, come a dare un assegno in bianco al presidente. Stavolta meritato, dato che nella serata di domenica Ottawa aveva ceduto alle pressioni statunitensi cancellando la discussa tassa che secondo il tycoon colpiva “ingiustamente” le imprese della Silicon Valley. Di fatto è come se i mercati si aspettassero che in fin dei conti, poi, le cose si aggiusteranno. E i dazi, anche rimanessero solo al 10% su scala globale, continueranno a fornire liquidità fresca. Sul punto un analista in particolare si è ricreduto su questa bizzarra strategia: si tratta di Torsten Sløk, economista capo di Apollo Global Management, uno dei maggiori fondi d’investimento americano. In un post sul sito dell’azienda, Sløk si chiede provocatoriamente se Trump sia davvero un genio. Se ad aprile la sua opinione era più sul no, con un pensiero riassumibile in “i dazi porteranno a una recessione globale” adesso invece crede che porteranno i partner commerciali ad adeguarsi ad altre richieste statunitensi, ad esempio sull’acquisto di beni come il petrolio, il gas e altro. E a lungo andare si dovrebbero ottenere condizioni migliori di prima per l’America. Sempre che alla fine siano soltanto i partner a cedere.