Dopo tanti ricorsi e controversie, è arrivato il verdetto di un tribunale sui dazi imposti da Donald Trump. Non dall’attesa Corte Suprema, che decide in genere sulla costituzionalità dei provvedimenti che interessano l’intero territorio nazionale, ma l’oscura Corte del Commercio Internazionale, che ha emesso un giudizio sommario che de facto ha stoppato l’intero regime tariffario imposto dal tycoon a partire dal cosiddetto Liberation Day del 2 aprile scorso, compreso il dazio generalizzato del 10%.
L’aspetto giuridico
Su cosa si basa questa sentenza? Di fatto smonta l’impianto partendo dall’assunto di base proclamato dal presidente, ovvero che una legge del 1977, l’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa), che serve al presidente a gestire la politica economica in caso di eventi improvvisi. Per la corte, composta da tre giudici d’orientamento diverso (nominati rispettivamente da Reagan, Obama e Trump nel suo primo mandato) lo Ieepa non è fatto per garantire al presidente un potere così vasto tanto da imporre dazi a quasi tutto il mondo, peraltro con la scusa “emergenziale” della “fregatura economica” nei confronti degli Stati Uniti. Se un ascoltatissimo consigliere del presidente, quello Stephen Miller che sovrintende alle dure politiche migratorie e alla sicurezza nazionale, ha parlato di “golpe giudiziario”, altri come il direttore del Consiglio Economico Kevin Hassett minimizzano dicendo che alla fine è solo un piccolo incidente di percorso e che le barriere imposte dal presidente continueranno a esistere.
Poi giovedì 29 maggio è arrivata la sentenza della Corte distrettuale di Washington D.C. che in pratica dice le stesse cose, con il giudice Rudolph Contreras (nominato da Obama nel 2012) che ha rimarcato il fatto che il presidente è andato oltre i poteri che gli ha assegnato. Anche perché, se si guarda la Costituzione il potere di imporre i dazi è uno di quelli esplicitamente assegnati al Congresso nei poteri della “borsa” ovverosia quello di imporre tasse verso i cittadini ma anche verso i partner commerciali esteri. Però la posizione della Casa Bianca rimane quella di affermare che esista una “emergenza economica” che colpisce gli Stati Uniti.
L’indignazione da parte dell’opposizione dem però lascia il tempo che trova: a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, entrambi i partiti – al di là della retorica – hanno sempre cercato di ampliare i poteri della presidenza e di svuotare sempre più quelli del Congresso, visto sempre più come un coacervo di politici cinici e inamovibili sui quali sarebbe impossibile esercitare un vero controllo democratico (come nel caso di quelli eletti nei seggi blindati) e che quindi un presidente eletto ogni quattro anni che passa da una crisi all’altra dovrebbe avere quante più frecce al proprio arco. Una teoria che ha portato alla controversa tesi trumpiana del Governo Unificato, un’ipotesi costituzionale che afferma che la Presidenza può avere l’ultima voce in capitolo su tutto, compreso il budget allocato dal Congresso e le sentenze dei tribunali, che possono quindi venire disattese “nell’interesse supremo della Grandezza Americana”.
A questo punto sarà proprio la Corte Suprema citata all’inizio a determinare se il presidente può avere tutto questo potere o se si deve tornare a un presidenza “diminuita”, come desideravano i Padri Fondatori a fine Settecento.