Export, ora l’Asia genera il 90% della crescita degli scambi. L’Europa resta ferma

L'analisi del Centro Studi della Confindustria: l'Italia resiste, ma man mano che passa il tempo sente più forte l'effetto dei dazi Usa. "Insistere sulla diversificazione dei prodotti esportabili e dei mercati di riferimento"

Ultimo aggiornamento 16 settembre 2026 - 16:28

Roma – Il commercio mondiale continua a crescere nonostante guerre, dazi e fratture geopolitiche, ma sta cambiando profondamente geografia. Nel 2025 il valore dei beni scambiati nel mondo ha raggiunto un nuovo primato, oltre 26 mila miliardi di dollari, pari al 22,4% del prodotto interno lordo mondiale. Nei primi sei mesi del 2026, tuttavia, il 90% della crescita delle esportazioni mondiali è stato generato dall’Asia, mentre il contributo dell’Europa è risultato sostanzialmente nullo.

È questo uno dei principali elementi che emerge dal nuovo studio del Centro Studi Confindustria “Export italiano tra fratture e nuove rotte”, presentato oggi, mercoledì 16 settembre, nella sede dell’associazione a Roma. Il quadro internazionale mostra una crescente divergenza tra le principali aree economiche: gli Stati Uniti continuano a rappresentare il principale motore della domanda e delle importazioni, la Cina quello della produzione e dell’export, mentre il baricentro della crescita si sposta progressivamente verso Asia, India, Sud-Est asiatico, America Latina e in prospettiva, Africa subsahariana.

L’Europa perde terreno, l’Italia resiste ma con un export più concentrato

In questo scenario, l’Italia mostra una significativa capacità di tenuta. Nel 2025 le esportazioni italiane sono cresciute del 3,3%, ma l’incremento è stato sostenuto soprattutto da pochi mercati e comparti. Gli Stati Uniti hanno fornito il maggiore contributo alla crescita per mercato, mentre la farmaceutica è risultata il primo settore per apporto all’aumento dell’export. Oltre la metà delle esportazioni italiane continua comunque a essere diretta verso l’Unione europea, che assorbe il 51,3% delle vendite italiane all’estero.

La resilienza dell’export italiano non è però generalizzata. La performance verso gli Stati Uniti è stata particolarmente concentrata in alcune produzioni e non indica una capacità uniforme del sistema produttivo di assorbire il nuovo contesto tariffario. Sul fronte delle importazioni invece cresce rapidamente il peso della Cina, soprattutto nei comparti ad alto valore aggiunto: tra il 2019 e il 2025 la quota cinese sulle importazioni italiane di prodotti tecnologicamente avanzati è più che raddoppiata, passando dal 14,2% al 34,8%.

“Il dato che dobbiamo cogliere è che la globalizzazione non si sta fermando, ma sta cambiando forma e direzione – dichiara Lucia Aleotti, vice presidente della Confindustria per il Centro Studi -. La crescita degli scambi si concentra sempre più in aree del mondo che stanno aumentando produzione, domanda, investimenti e capacità tecnologica, mentre l’Europa rischia di rimanere ai margini di questa trasformazione. Per l’Italia, che ha nell’industria e nell’apertura internazionale due dei suoi principali punti di forza, la risposta non può essere una maggiore chiusura, ma una nuova strategia di competitività: più investimenti, più innovazione, maggiore autonomia tecnologica. È necessaria soprattutto una politica industriale europea capace di sostenere le imprese nella nuova competizione globale”.

Usa, Europa, Cina e Asia: le tecnologie ridisegnano le prospettive delle tre macroaree

Il principale fattore alla base delle diverse traiettorie di Stati Uniti, Cina, Asia ed Europa è tecnologico. L’esplosione degli investimenti nelle tecnologie digitali e nell’intelligenza artificiale, partito dagli Stati Uniti, ha attivato le catene globali del valore soprattutto in Asia, mentre l’Europa è rimasta sostanzialmente esclusa da questa dinamica. Il divario emerge con chiarezza anche nei flussi commerciali: nel 2025 la crescita delle importazioni statunitensi è stata interamente concentrata nei beni informatici; in Cina la filiera Ict ha spiegato il 60% della crescita dell’export e la totalità dell’aumento delle importazioni; negli altri Paesi asiatici ha rappresentato circa tre quarti della crescita degli scambi nell’ultimo biennio.

Nell’Unione europea invece i beni Ict non hanno avuto un impatto sulla dinamica degli scambi. Il vantaggio tecnologico si riflette anche nella capacità di investire in ricerca e innovazione. Le cinque grandi multinazionali Ict statunitensi – Amazon, Alphabet, Meta, Microsoft e Apple – hanno generato nel 2024 circa il 15% della spesa privata mondiale in ricerca e sviluppo. Se si guarda invece alla spesa interna complessiva in R&S, includendo il settore pubblico e tenendo conto delle differenze di prezzo, Cina e Stati Uniti hanno raggiunto nel 2024 circa 1.000 miliardi di dollari ciascuno, pari insieme al 60% della spesa mondiale, contro i 600 miliardi investiti dai Paesi Ue.

Anche sul fronte dei brevetti il quadro conferma il crescente peso dell’Asia: nel 2025 la Cina ha presentato 74 mila domande di brevetto, quasi il 27% del totale mondiale, mentre l’Asia nel complesso ha raggiunto 157 mila domande, il 57% del totale. La distanza tecnologica si traduce così in una diversa capacità di alimentare commercio, investimenti e crescita: gli Stati Uniti rimangono il punto di riferimento globale nella ricerca privata e nell’innovazione Ict, la Cina rafforza la propria capacità tecnologica e produttiva, mentre l’Europa rischia di perdere terreno sia nella generazione dell’innovazione sia nella sua capacità di trasformarla in crescita degli scambi e del Pil. Il fenomeno non riguarda soltanto il commercio di beni. Gli scambi globali di servizi Ict sono raddoppiati in valore rispetto al 2019, crescendo a un ritmo doppio rispetto al totale dei servizi, e rappresentano ormai il 15% degli scambi mondiali di servizi. Nel complesso, il commercio internazionale di servizi ha superato nel 2025 i 9.000 miliardi di dollari, pari al 7,8% del Pil mondiale.

Dazi Usa: lo choc può arrivare a costare il 9% dell’export italiano

A pesare sulla prospettiva dell’export italiano è anche il nuovo scenario commerciale statunitense. Dato l’aumento dei dazi effettivamente sopportato dall’Italia (dal 2,3% del 2024 a circa l’11% post-accordo dell’estate 2025) il Centro Studi Confindustria ha stimato, a parità di altre condizioni, un calo del valore delle vendite di prodotti italiani negli Stati Uniti pressoché nullo nel primo mese, intorno al 2% dopo due-tre mesi, e fino a un massimo del 9% dopo nove mesi.

I prodotti italiani mostrano quindi una relativa resilienza nella fase iniziale, ma l’effetto tende ad ampliarsi nel medio periodo, con una reattività alle tariffe paragonabile a quella del resto del mondo. “I dazi rendono ancora più urgente allargare la geografia dell’export italiano – sottolinea Barbara Cimmino, vice presidente della Confindustria per l’Export e l’Attrazione degli investimenti -. La competitività delle nostre imprese non può dipendere dalla capacità di pochi settori di compensare gli effetti negativi di una maggiore chiusura dei mercati. Dobbiamo rafforzare la presenza italiana dove la domanda sta crescendo e accompagnare le imprese, soprattutto quelle di minori dimensioni, nell’apertura di nuove rotte commerciali. Diversificare non significa abbandonare i mercati tradizionali, ma ridurre la concentrazione del rischio e costruire una presenza più forte nei mercati che avranno un ruolo crescente nell’economia mondiale”.

Nuove rotte: Mercosur, India e Golfo

In questo scenario, gli accordi commerciali diventano una leva strategica non soltanto per aumentare le esportazioni, ma anche per ridurre le dipendenze, diversificare gli approvvigionamenti, rafforzare la sicurezza economica, contenendo la crescente onda protezionistica e preservando un quadro di regole condivise in una fase di crescente debolezza del multilateralismo. Gli accordi dell’Unione europea con il Mercosur e l’India aprono prospettive particolarmente rilevanti.

Nel complesso, contribuiscono alla costruzione di un’area di libero scambio che coinvolge oltre due miliardi di persone, quasi un quarto del Pil e degli scambi mondiali. Il Mercosur presenta un potenziale particolarmente significativo per l’Italia: a regime, la riduzione dei dazi equivale al 10,6% del valore dell’export italiano, contro il 10,1% della Germania e il 9,2% della media Ue. Nei primi due mesi di applicazione dell’accordo, maggio e giugno, le esportazioni italiane verso l’area sono già aumentate del 12,9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, più del doppio rispetto alla crescita dell’export verso il complesso dei mercati extra-Ue (+5,5%).

Solo a maggio, l’export italiano verso il Mercosur aveva registrato un +21,1% su maggio 2025. “La missione che abbiamo appena concluso in Argentina e Brasile ha confermato la straordinaria rilevanza strategica di questi mercati per il nostro sistema industriale – ricorda Maurizio Tarquini, direttore generale della Confindustria -. L’entrata in vigore dell’Accordo Ue-Mercosur ha aperto prospettive concrete per le nostre imprese, in termini di riduzione dei dazi, accesso agli appalti pubblici e integrazione nelle filiere produttive locali. Il nostro compito è ora accompagnare le imprese italiane, grandi e piccole, nel tradurre questa opportunità in risultati concreti e duraturi”.

L’India rappresenta invece una direttrice strategica per diversificare i mercati e ridurre la concentrazione dell’export italiano sui mercati maturi. Macchinari, chimica, farmaceutica e metalli di base rappresentano circa i due terzi delle esportazioni italiane verso il Paese, per un valore vicino ai 3,5 miliardi di euro. Anche il Golfo è diventato una rotta sempre più importante: nel 2025 l’Italia ha esportato verso gli otto Paesi dell’area 21,8 miliardi di euro, con un surplus commerciale di 11,3 miliardi.

Dal 2019 al 2025 le vendite italiane sono cresciute del 76%, oltre il doppio rispetto alla crescita verso il complesso dei mercati extra-Ue. “La nuova geografia dell’economia mondiale ci impone di passare dalla logica della semplice promozione dell’export a quella della costruzione di vere strategie di presenza internazionale – aggiunge Cimmino -. Mercosur, India e Paesi del Golfo sono esempi concreti di mercati dove l’Italia può rafforzare la propria posizione, valorizzando le specializzazioni della nostra industria. Gli accordi commerciali sono oggi strumenti di politica economica: servono ad aprire mercati, ma anche a rendere più sicure le filiere, diversificare le dipendenze e creare condizioni più prevedibili per gli investimenti”.

La vulnerabilità strategica è concentrata in 401 imprese

La vulnerabilità strategica dell’Italia appare concentrata in un numero estremamente limitato di imprese (401), ma proprio queste imprese occupano posizioni di rilievo nel sistema produttivo. Sono aziende mediamente grandi (10 volte la dimensione media), con una produttività doppia e fortemente internazionalizzate (propensione all’export e all’import quasi tripla), che utilizzano una parte dei beni strategici, scarsi e difficilmente sostituibili, come stimoli o investimenti e intrattengono relazioni significative con il resto dell’economia.

Di conseguenza, un’interruzione delle forniture non produrrebbe effetti circoscritti ai soli importatori, avendo un’elevata capacità di trasmettere lo choc a monte e a valle lungo le filiere produttive italiane. Il quadro che emerge dallo studio è quindi quello di un’Italia ancora fortemente competitiva sui mercati internazionali, ma chiamata a confrontarsi con una trasformazione strutturale della geografia del commercio mondiale.

La sfida non è ridurre l’apertura internazionale, ma renderla più diversificata, tecnologicamente avanzata e resiliente. “L’Italia ha dimostrato di saper resistere agli choc e di avere imprese capaci di competere anche in una fase di forte frammentazione geopolitica – conclude Aleotti -. Ma la resilienza di oggi non può essere data per acquisita domani. Per mantenere il nostro peso industriale dobbiamo aumentare la capacità di innovare, attrarre investimenti, presidiare le tecnologie strategiche e conquistare le nuove aree di crescita. La questione non è se il mondo continuerà a globalizzarsi: i dati dimostrano che lo sta già facendo. La questione è se l’Europa e l’Italia saranno in grado di partecipare da protagoniste alla nuova fase della globalizzazione”.