Guerra Iran-Usa: una Ong statunitense accusa la Malaysia di aiutare il regime

Un'indagine della non profit United Against Nuclear Iran pubblicata sul Wall Street Journal accusa Kuala Lumpur di tollerare nelle sue acque territoriali una "flotta fantasma" legata al regime

Ultimo aggiornamento 25 settembre 2026 - 20:26

Lo scorso 24 agosto gli Stati Uniti hanno scagliato contro l’Iran l’operazione “Economic Outcast“, un ampio pacchetto di sanzioni contro il regime degli Ayatollah che mira a bloccare tutto ciò che rimane dei flussi commerciali di Teheran con il resto del mondo. Quindi asset digitali, oro, tecnologia e componentistica. E ovviamente shipping. Di fatto sono stati colpiti settori come il commercio clandestino di petrolio attraverso le cosiddette “petroliere fantasma”, i cambi di valuta, i registri di navigazione e anche le società di comodo

Il Segretario al Tesoro Scott Bessent aveva detto chiaramente che “chiunque provi a commerciare con l’Iran” incontrerà “la furia americana“. Molti partner commerciali però hanno provato a continuare a commerciare, prima tra tutti la Cina, che prima della guerra comprava circa l’80% del greggio prodotto nel paese medio-orientale. Al momento, però, né le banche di Pechino né i big petroliferi sono stati sanzionati, ma gli Emirati Arabi Uniti hanno comunque deciso di aderire all’iniziativa statunitense, cessando il commercio con l’Iran.

Gli effetti

Prima dello scoppio delle ostilità, Cina ed Emirati, insieme alla Turchia, erano i maggiori partner economici del regime di Teheran, ma non erano i soli. E le accuse oggi colpiscono anche un altro stato molto lontano, la Malaysia.  Lo sostiene un lungo intervento pubblicato sulle pagine del Wall Street Journal e firmato dall’ex governatore della Florida Jeb Bush e dall’ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite Mark D. Wallace.

Bush e Wallace dirigono una non profit chiamata “United Against Nuclear Iran” che monitora tutti i tentativi del regime di rafforzarsi sul piano economico. In questo caso, perché Kuala Lumpur sarebbe complice? Si legge nel testo che “nella zona economica marittima esclusiva della Malaysia c’è una città galleggiante composta di duecento navi cargo e petroliere legate in vario modo all’Iran”. La scoperta sarebbe stata effettuata grazie a un’analisi delle imbarcazioni fatta via satellite e con l’utilizzo dei sistemi di identificazione automatici.

Poi la verifica sarebbe stata fatta da una nave di supporto petrolifera che all’improvviso si sarebbe rivelata alle imbarcazioni, verificando che i capitani in effetti parlavano persiano.

Molte di queste petroliere però erano vuote: segno quindi che il blocco navale statunitense è difficilmente violabile. Però le navi non sopravviverebbero senza il supporto della Malaysia: durante la permanenza dell’imbarcazione dell’Ong, sono state avvistate numerose navi da rifornimento che portavano il carburante necessario per rimanere attive, provenienti dal complesso petrolifero di Pengerang, sulla terraferma.

Le richieste

Bush e Wallace poi notano come normalmente Kuala Lumpur sia estremamente gelosa della propria sovranità marittima e che la Marina malese spesso si riveli inflessibile con i pescherecci vietnamiti che sforano. Qui invece “chiuderebbe entrambi gli occhi”. Ecco quindi la richiesta al Dipartimento del Tesoro di sanzionare il complesso petrolifero di Pengerang e di far valere lo strumento sanzionatorio previsto dal trattato di libero scambio siglato tra Washington e Kuala Lumpur nel 2025.

Difficile però che Bessent in un momento così difficile per i prezzi della benzina rischi un ulteriore rialzo alla pompa. E quindi la flotta fantasma rimarrà ancora lì, almeno fino alle elezioni di metà mandato di novembre.