La guerra dei metalli si sposta negli abissi

La domanda di metalli critici – nichel, rame, cobalto – cresce a ritmi altissimi. Servono per le batterie, le auto elettriche, le tecnologie digitali. Aziende e governi vedono negli abissi una miniera inesauribile

Piattaforme petrolifere

Ultimo aggiornamento 26 agosto 2025 - 21:40

Gli oceani sono sempre stati visti come luoghi di mistero e di esplorazione, ma oggi sono diventati soprattutto un terreno di conquista politica ed economica. Nelle capitali del mondo non si parla più soltanto di rotte commerciali e di traffici navali, ma di quello che si nasconde sotto la superficie: metalli, minerali, fonti di energia, molecole utili per la medicina. Il fondo del mare è il nuovo oro blu del XXI secolo, e i governi si stanno muovendo per prenderne il controllo.

L’organismo internazionale incaricato di regolamentare questo settore si chiama International Seabed Authority, con sede in Giamaica, nata sulla base della Convenzione Onu sul diritto del mare. È qui che si discutono le concessioni per esplorare zone ricchissime di noduli polimetallici, in particolare nell’area Clarion-Clipperton, tra Hawaii e Messico. Per ora non è stata data luce verde a nessuna estrazione industriale, ma le pressioni crescono e il cosiddetto “Codice minerario” che dovrebbe fissare regole e limiti tarda ad arrivare. Restano nodi importanti: come monitorare i danni ambientali, come gestire i sedimenti, quali regole stabilire per inquinamento acustico e luminoso, e chi dovrà pagare in caso di disastri.

Alcuni Paesi non vogliono aspettare. Negli ultimi mesi più di trenta governi, tra cui Francia, Germania, Canada e Nuova Zelanda, hanno chiesto una moratoria per fermare qualsiasi progetto fino a quando non sarà garantita la sicurezza degli ecosistemi. Altri, come Palau, hanno parlato apertamente di un nuovo colonialismo, che rischia di trasformare il mare profondo in un territorio saccheggiato da pochi attori senza considerazione per la comunità internazionale.

Il tema divide profondamente la politica mondiale perché la domanda di metalli critici – nichel, rame, cobalto – cresce a ritmi altissimi. Servono per le batterie, le auto elettriche, le tecnologie digitali. Aziende e governi vedono negli abissi una miniera inesauribile, ma gli scienziati avvertono: la biodiversità del mare profondo è fragile, spesso sconosciuta, e i tempi di rigenerazione degli habitat sono lentissimi. Esperimenti condotti decenni fa in Pacifico mostrano che le tracce lasciate dalle attività umane sono ancora visibili, e la vita marina non è tornata ai livelli precedenti.

A complicare il quadro ci sono le mosse degli Stati Uniti. Non avendo ratificato la Convenzione Onu, Washington non fa parte dell’Autorità dei fondali marini. Così nell’aprile di quest’anno Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha firmato un ordine esecutivo che accelera le autorizzazioni per le aziende americane, bypassando qualsiasi regola internazionale. La Metals Co., una delle società più attive, punta a estrarre in tempi rapidi, sostenuta dalla Casa Bianca. Una scelta che ha fatto infuriare ambientalisti e governi, convinti che si rischi di innescare una corsa senza freni al fondo del mare.

Eppure non tutti sono disposti a partecipare. Colossi come Apple, Google e BMW hanno dichiarato di non voler utilizzare metalli provenienti dall’estrazione sottomarina, e diverse banche hanno già escluso il settore dai propri investimenti. Ma la partita resta aperta.

Il mare profondo non è soltanto un ecosistema da proteggere: è anche una posta geopolitica ed economica sempre più concreta. Le scelte che si faranno nei prossimi anni stabiliranno se l’estrazione potrà avvenire entro regole condivise oppure se prevarrà la logica della corsa all’accaparramento. Per ora la partita è ancora aperta: da una parte governi e imprese che spingono per avviare lo sfruttamento, dall’altra comunità scientifica, ambientalisti e diversi Paesi che chiedono di fermarsi. In mezzo, un vuoto normativo che rischia di trasformare gli abissi in un nuovo terreno di scontro internazionale.