Il mercato globale del gas sta entrando in una fase di crescente vulnerabilità, segnato da rischi elevati, incertezze e forti pressioni sulle catene di approvvigionamento. Una serie di eventi — crisi economiche, disastri naturali, shock geopolitici, fenomeni meteo estremi e tensioni sui principali corridoi marittimi — ha storicamente condizionato l’equilibrio tra domanda e offerta, contribuendo alla volatilità dei prezzi a livello internazionale.
Tra i fattori più critici vi sono i cosiddetti chokepoint marittimi, stretti passaggi obbligati lungo le principali rotte navali mondiali, fondamentali per il trasporto di gas naturale liquefatto (GNL) e petrolio. Qualsiasi ostacolo al transito in questi punti strategici può tradursi in costi più alti, ritardi nelle consegne e gravi ricadute sul commercio globale. Negli ultimi anni, proprio questi snodi hanno subito importanti mutamenti nella frequenza e sicurezza dei transiti, a causa di pirateria, tensioni internazionali e condizioni meteorologiche estreme.
Il 94% del GNL esportato dal Golfo Persico attraverso lo Stretto di Hormuz proviene dal Qatar, con il restante in larga parte dagli Emirati Arabi Uniti (EAU). Proprio gli EAU, insieme al Kuwait, sono a loro volta importatori di GNL, e circa il 60% del loro fabbisogno proviene proprio dal Qatar. Le forniture rimanenti arrivano via Hormuz da paesi come Nigeria e Stati Uniti. Anche il Bahrain è recentemente entrato nel mercato, iniziando le importazioni di GNL nel maggio 2025.
Lo Stretto di Hormuz ha mantenuto una quota stabile del 20% del commercio mondiale di GNL, ma i volumi in transito attraverso altre rotte sono mutati radicalmente. Se nel 2021 il Capo di Buona Speranza rappresentava il 7% delle rotte GNL, nel 2024 la sua quota è più che raddoppiata, raggiungendo il 15%. Al contrario, il Canale di Suez e quello di Panama, un tempo strategici, hanno visto i propri volumi crollare rispettivamente al 1% ciascuno, complici crisi geopolitiche e, nel caso del Panama, una grave siccità che ha limitato il passaggio delle navi.
La fragilità strutturale del mercato del gas si è manifestata con evidenza anche nel 2024. La crescente dipendenza dell’Europa da fonti fossili esterne la rende sempre più vulnerabile alle tensioni internazionali. Il 13% delle esportazioni di GNL da Qatar ed EAU ha avuto come destinazione l’Europa, con il restante 82% diretto verso l’Asia, principale mercato di sbocco. Tutti questi volumi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, un passaggio che continua a rimanere operativo nonostante le crescenti tensioni tra Iran e paesi del Golfo.
Accanto a Hormuz, lo Stretto di Malacca rappresenta un altro passaggio fondamentale per i traffici energetici globali, ma risente sempre più delle minacce legate alla pirateria e agli attacchi armati. Il rischio è che, in un contesto così instabile, anche lievi interruzioni possano generare effetti a catena sull’intero sistema energetico globale. Secondo le stime aggiornate al 2024, lo Stretto di Hormuz ha gestito il 35% del petrolio trasportato via mare a livello globale e un quinto delle esportazioni mondiali di GNL. Il suo ruolo come “valvola di sicurezza” del mercato energetico è oggi più che mai sotto osservazione. In un mondo energetico sempre più interconnesso, l’affidabilità dei corridoi marittimi non è più solo un tema logistico, ma un nodo cruciale per la sicurezza energetica globale.
L’Italia si conferma nel 2024 il sesto maggiore importatore mondiale di gas naturale liquefatto (GNL) da Qatar ed Emirati Arabi Uniti, dietro solo a giganti asiatici come Cina, India, Corea del Sud, Pakistan e Taiwan. A livello europeo, Roma guida il gruppo degli acquirenti, davanti a Belgio, Polonia, Spagna, Regno Unito e Francia. Secondo i dati più recenti, l’Italia ha assorbito circa il 50% delle importazioni europee di GNL provenienti da Qatar ed EAU, mentre il Belgio si è attestato al 24% e la Polonia al 13%. Un quadro che evidenzia il peso crescente del nostro Paese nelle dinamiche energetiche del continente.