La produzione di acciaio in Cina è in una fase delicata, segnata da una forte contrazione della domanda interna dovuta al crollo del settore immobiliare. A maggio 2025, il consumo apparente di acciaio nel paese è sceso a 75,57 milioni di tonnellate, registrando un calo del 12,3% su base annua, e segna quasi il 16,6% in meno rispetto allo stesso periodo del 2021, quando il mercato immobiliare era al suo apice. Il mercato immobiliare, elemento trainante storico della domanda (fino al 40–60% del consumo totale), continua a indebolirsi: il settore edilizio si attende una contrazione nella domanda di acciaio del 8% nel 2025, dopo una flessione dell’11,5% nel 2024. I prezzi dell’acciaio hanno subito un calo drastico, con quotazioni che si attestano attorno a 3.206 yuan/tonnellata, in ribasso del 13,5% rispetto all’anno precedente. In risposta, i produttori cinesi continuano a dirottare grandi quantità di acciaio verso i mercati esteri. A maggio 2025 le esportazioni di acciaio semilavorato e finito hanno raggiunto quota 11,95 milioni di tonnellate, con un aumento del 20,2% rispetto all’anno precedente. Le esportazioni nette hanno superato la soglia delle 50 milioni di tonnellate nei primi cinque mesi dell’anno. In particolare, le esportazioni di lingottame (billet) sono cresciute del 471%, trainate da paesi come Indonesia, Filippine e Arabia Saudita.
In questo contesto, la produzione interna resta elevata: secondo Reuters è scesa solo dell’1,7% nel 2024 rispetto al picco del 2020 (1,065 miliardi di tonnellate), attestandosi intorno a 1,005 miliardi, mostrando una significativa resilienza. Una svolta strutturale è attesa dalla riforma del settore: secondo Wood Mackenzie, il divario tra capacità produttiva e domanda reale è destinato ad ampliarsi, con un surplus stimato di 250 milioni di tonnellate entro il 2035. Il superamento dell’acciaio prodotto in forni a ossigeno (BOF) mediante l’adozione di forni elettrici ad arco (EAF) è considerato cruciale. Oggi l’EAF rappresenta appena il 9–10% della produzione totale, ma dovrebbe salire al 18% entro il 2035 e al 32% entro il 2050.

Sul fronte politico, Pechino ha lanciato un piano per contrastare la “concorrenza disordinata” e ridurre drasticamente la capacità produttiva inefficiente. Questo ha determinato un rialzo dei prezzi delle materie prime tra luglio 2025 e oggi, con rialzi fino al 68% su acciaio, carbone, allumina e litio, in risposta all’annuncio di nuovi controlli e chiusure temporanee delle strutture non conformi. L’Australia ha espresso cauta fiducia: se le misure saranno efficaci, la domanda di minerale di ferro di qualità elevata potrebbe beneficiare, favorendo produttori come BHP, Rio Tinto e Fortescue.
Analisti di ANZ stimano una crescita del 2% nella domanda di acciaio nel 2025, trainata da settori non immobiliari (manifatturiero, macchinari, rinnovamento industriale), che rappresentano oltre il 72% del consumo totale. Il prezzo strategico stimato per l’acciaio si aggirerebbe attorno a 100 USD/tonnellata. Il dilemma cinese resta dunque tra un declino strutturale del settore edilizio e la necessità di ristrutturare un’industria vasta ma inefficiente. Le politiche centrali sembrano oggi convinte dell’urgenza di cambiamento: ridurre l’offerta complessiva, favorire l’innovazione e introdurre meccanismi di carbon pricing e riforme di mercato reali, pur nel contesto di un’economia privata e frammentata.
Il settore dell’acciaio cinese si sta trasformando: la contrazione immobiliare riduce la domanda interna, le esportazioni restano vivaci ma insidiate da antidumping e tariffe, e il nodo centrale diventa la transizione verso modalità produttive più pulite, meno dipendenti dal settore edilizio e in grado di ridurre l’eccesso di capacità in un quadro globale competitivo.