Il lento declino del carbone / ANALISI

Bisogna fare i conti con i limiti delle innovazioni: la tecnologia per la cattura delle emissioni di CO2 è ancora estremamente costosa e al momento ci sono solo due centrali pienamente attive nel mondo, una in Canada e una negli Stati Uniti

Ultimo aggiornamento 8 agosto 2025 - 16:18

Il carbone come fonte energetica non vuole proprio saperne di morire. Anzi, il suo consumo aumenta. E per una volta non c’entrano le svolte politiche sul tema volute dall’amministrazione statunitense. Nell’Occidente ampiamente inteso, comprendente l’America, l’Europa insieme con Giappone e Sud Corea. A consumarne la maggior parte invece è la Cina insieme con i vicini paesi del Sud-Est asiatico. È quanto emerge da un report pubblicato da Wood MacKenzie, società di consulenza e ricerca britannica che si occupa principalmente di temi legati all’energia. Attualmente, si legge nel report, la crescente domanda di carbone è dovuta alla grande energia consumata dal paese del Dragone. Ma è proprio il continente asiatico meridionale a registrare il maggior consumo al mondo, con la ragguardevole percentuale del 78%. Oltre alla Cina, i maggiori consumatore del combustibile fossile più antico sono India, Indonesia, Vietnam, Pakistan e Bangladesh. Altri tre paesi come Malaysia, Thailandia e Filippine stanno riflettendo se i divieti di apertura di nuove centrali possano cambiare qualora ci sia una maggiore disponibilità di carbone a buon prezzo. Eppure, si dirà, la Cina negli ultimi dieci anni ha fatto molto per la decarbonizzazione, ampliando di molto l’uso di eolico, nucleare ed idroelettrico. Non basta comunque a sostenere la fame di energia di Pechino: negli anni compresi tra il 2013 e il 2025 il consumo di carbone è aumentato del 36%. Quindi la ratifica del Protocollo di Kyoto del 1997, degli accordi di Parigi nel 2015 e del patto del Cop26 nel 2021 (dove in realtà il governo cinese ha chiesto un allentamento proprio sul carbone) non sono serviti allo scopo. E l’anno successivo, nel 2022, l’invasione russa dell’Ucraina ha bloccato tutto ciò.

All’indomani dello scoppio del conflitto, anche in Italia l’allora premier Mario Draghi annunciò un piano per prolungare la vita delle centrali. Ed è quello che è avvenuto in tutto il mondo. Anche se l’analisi di Wood Mackenzie resta ottimista nel lungo periodo, con la percentuale di energia derivante dal combustibile fossile solido che scenderà del 70% entro il 2050. Anche la Cina, si prevede, ne farà a meno ben presto. Anche perché finora il suo fabbisogno è stato quasi integralmente coperto dalla produzione interna, oltre il 90%, così come la vicina India. E bisogna fare i conti con i limiti delle innovazioni: la tecnologia per la cattura delle emissioni di CO2 è ancora estremamente costosa e al momento ci sono solo due centrali pienamente attive nel mondo, una in Canada e una negli Stati Uniti, con una terza in costruzione in Cina. Poi le centrali ibride a idrogeno, su cui Giappone e Corea del Sud stanno investendo molto, così come stanno facendo altri paesi asiatici. Qui l’ottimismo iniziale si sta scontrando con il fatto che questi impianti hanno un livello di emissioni che le rende meno convenienti di quelli a gas. C’è un’incognita però che potrebbe spingere a percorrere con più ottimismo anche i paesi occidentali, in primis gli Stati Uniti: lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, con la sua fame di fonti d’energia a basso costo e il carbone può essere un’arma in più. Nucleare e rinnovabili non basteranno e la linea morbida della presidenza Trump spingerà molte istituzioni finanziarie a non essere chiuse a nuovi progetti di centrali ma anche alla ricerca di nuovi giacimenti e all’espansione di quelli già esistenti. Una durata notevole per una tecnologia, quella delle centrali elettriche a carbone, che ha visto la luce nel lontano 1882.

C’è da dire però che la concorrenza del gas, che rimane comunque più economico e le stime di Wood Mackenzie confermano che lo sarà anche nel 2026, potrebbe rivelarsi proprio quella che farà tramontare il carbone. Anche se non scomparirà, c’è un ulteriore convitato di pietra che fa capire come il fabbisogno energetico e la lotta al cambiamento climatico non vadano d’accordo. Se i paesi del mondo abbandoneranno gli impegni presi in precedenza per ragioni di natura geopolitica o di consenso interno, si rischia un innalzamento di circa tre gradi entro i prossimi trent’anni. La società britannica conclude mettendo in guardia gli investitori da una variabile importante: che succede se nel 2028 gli Stati Uniti cambieranno di nuovo amministrazione? Molte incognite che spiegano il perché i paesi occidentali, nonostante i ripetuti inviti di Trump a usare il “bellissimo e pulitissimo” carbone, siano riluttanti a usarlo. E preferiscano alternative magari non ecologicamente perfette ma più sicure come il gas naturale.