Lanteigne: “La Cina non rinuncerà all’Artico, per questo si riavvicina alla Russia”

Docente canadese all’università di Tromsø, in Norvegia, è uno dei maggiori esperti degli interessi cinesi al di sopra del Circolo Polare

Marc Lanteigne

Ultimo aggiornamento 24 agosto 2026 - 07:17

Il rapporto della Cina con l’Artico è qualcosa di relativamente recente: per decenni il rapporto tra Pechino e il Polo Nord era stato segnato soltanto dalla firma nel 1925 del Trattato delle Svalbard che stabilisce, tra le altre cose, il divieto di stabilire basi militari nell’Arcipelago sotto sovranità norvegese. Ma quasi niente altro. Poi il 28 luglio 1991 c’è stata la partecipazione a una spedizione scientifica di Oslo del professor Dengyi Gao, docente dell’Istituto di Fisica dell’Atmosfera dell’Accademia delle Scienze di Pechino, primo cinese a mettere piede oltre il Circolo Polare. Due anni dopo, l’Istituto di Ricerca Polare ha acquistato la sua prima rompighiaccio. Da allora è stato un crescendo di interesse, sempre meno scientifico e sempre più geopolitico: fino al libro bianco pubblicato nel gennaio 2018 intitolato con poca fantasia “La politica artica della Cina”, dove si citava per la prima volta l’espressione “stato semi-artico” che si guadagnò la reprimenda dell’allora segretario di Stato americano Mike Pompeo che disse senza mezzi termini: “Ci sono stati che sono artici e altri che non lo sono. Questa definizione da parte di Pechino non le dà diritto a nulla”. Anche se il Regno Unito si definisce in modo simile quale “il vicino più prossimo dell’Artico”. Da allora molto è cambiato e Sea Legend, operatore cinese dello shipping, ha lanciato la sua prima rotta regolare commerciale che per raggiungere l’Europa passa attraverso l’Artico russo, pianificando altri otto viaggi entro la fine di ottobre, quando il passaggio a Nord-Est torna difficilmente percorribile. La domanda più generale è: quali sono gli obiettivi di Pechino nel lungo periodo nei confronti della Regione Artica? Blueconomy lo ha chiesto a Marc Lanteigne, docente canadese di relazioni internazionali che insegna all’università di Tromsø, in Norvegia ed è uno dei maggiori esperti degli interessi cinesi al di sopra del Circolo Polare.

Professore Lanteigne, su quali basi politiche la Cina ha definito sé stessa come una nazione “semi‑artica”?
«Negli ultimi due decenni si sono autodefiniti come uno “Stato vicino all’Artico”, fondando questa idea non solo sulla geografia, ma anche sul proprio status di grande potenza e sulla capacità di fornire sostegno economico allo sviluppo dell’estremo Nord. Dopo essere stata accettata come nazione osservatrice nel Consiglio Artico nel 2013, la Cina ha cercato di accelerare le proprie politiche polari includendo ricerca e investimenti. Anche se molto slancio in questo senso è andato perso dopo la pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, Pechino sta segnalando di non avere alcuna intenzione di rinunciare all’Artico, nonostante la sua distanza geografica».

Passiamo alle azioni concrete: un operatore marittimo cinese ha recentemente inaugurato la sua prima rotta commerciale nell’Artico. A suo avviso, questa partnership commerciale con la Russia si approfondirà anche sul piano politico?
«Sebbene vi siano ancora molte differenze politiche tra Cina e Russia per quanto riguarda l’Artico, le due potenze stanno iniziando a cooperare più strettamente sia in ambito economico sia scientifico nell’area. Se i transiti regolari di carico pianificati da Sea Legend avranno successo, il fatto potrà fornire alla Russia una fonte aggiuntiva di entrate attraverso le tariffe portuali e dei rompighiaccio per ogni nave cinese che percorre la Rotta del Mare del Nord. Resta da vedere quali saranno gli effetti politici sulla relazione sino-russa. Mosca è preoccupata per un’eccessiva dipendenza economica da Pechino, soprattutto perché il governo russo ha pochi altri partner affidabili su cui contare. La Cina teme che la Russia diventi l’unico accesso affidabile dell’Artico, e non è un caso che stia cercando di migliorare le relazioni diplomatiche con altri governi artici come Norvegia e Svezia. Peraltro non vi è alcuna garanzia che la rotta diventi profittevole a causa di ghiacci e meteo».

Oltre alla navigazione commerciale e all’esplorazione scientifica, ritiene che Pechino possa muoversi verso una presenza militare più stabile?
«Finora la Cina è stata cauta nel segnalare la volontà di inviare unità militari nell’Oceano Artico per diverse ragioni. Pechino sta cercando di costruire una reputazione come partner degli Stati artici, e una politica militare rigida nell’Estremo Nord la metterebbe a rischio. Il governo statunitense ha ripetutamente indicato “navi cinesi e russe” al largo della Groenlandia come giustificazione per la conquista dell’isola, ma la presenza militare cinese nell’Artico è stata minima, ad oggi. Tuttavia, con l’aumento delle aree dell’Artico prive di ghiaccio nei prossimi anni, potrebbe emergere l’opportunità per valutare l’invio di più unità militari nel settore centrale dell’Artico, indipendentemente da Mosca».

A suo avviso, come potrebbero Stati Uniti ed Europa contenere o contrastare il crescente attivismo cinese oltre il Circolo Polare?
«Pechino sta proponendo all’Europa una forma di diplomazia scientifica, affinché resista alla “mentalità da Guerra Fredda” degli Stati Uniti e cooperi più seriamente con la Cina, anche in missioni di ricerca. Finora la risposta europea è stata netta, soprattutto considerando la posizione “neutrale” di Pechino sull’invasione russa dell’Ucraina. Tuttavia, con tensioni significative tra Stati Uniti e altri membri della Nato, i governi artici stanno cercando modi per attivare forme di “derisking”, condividendo alcune informazioni con la Cina senza mettere a rischio la propria sicurezza. Qualsiasi cooperazione seria tra Stati Uniti e altri membri della Nato per contenere le ambizioni cinesi e russe nell’Artico dovrà superare molti ostacoli, tra cui il l’ostilità di Trump verso la stessa Alleanza Atlantica e altre istituzioni regionali come il Consiglio Artico».