Staiano-Daniels: “Il controllo delle rotte e degli stretti strategici è il vero nodo geopolitico”

Il professore è in forza alla Hoover Institution dell’Università di Stanford: "La navigazione libera nel Golfo dipende da diverse variabili"

Ultimo aggiornamento 24 agosto 2026 - 22:40

Chi gestirà lo Stretto di Hormuz? Questa la domanda che ricorre nei corridoi delle cancellerie mondialistiche e nelle redazioni delle principali testate giornalistiche. Sarà governato da un’autorità creata congiuntamente dai governi di Iran e Oman oppure gli Stati Uniti ne prenderanno il controllo in modo diretto dichiarandolo territorio americano? Tutte domande a cui non è possibile dare una risposta immediata. Però ci si può interrogare guardando il passato, anche recentissimo. Se fino al 28 febbraio

Lucian Staiano-Daniels
Lucian Staiano-Daniels

scorso la navigazione in entrata e in uscita dal Golfo Persico era totalmente libera, com’è possibile che al momento l’ipotesi di una chiusura di questo e di altri passaggi marittimi, come lo stretto di Bab el-Mandeb sembri un’ipotesi tutto sommato possibile? Che fine ha fatto il diritto marittimo?

Per capire meglio questo scenario Blueconomy si è rivolta a uno storico dell’età moderna come Lucian Staiano-Daniels, in forza alla Hoover Institution dell’Università di Stanford, in California. Non solo perché di recente ha pubblicato un corposo saggio sulle pagine dell’autorevole rivista americana Foreign Policy proprio sulla questione degli Stretti, ma anche perché i suoi studi si sono focalizzati nell’epoca della Guerra dei Trent’Anni. Dopo la fine del conflitto, il Trattato di Pace di Westfalia del 1648 ha posto le basi per un embrione di diritto internazionale: la sovranità inviolabile degli stati all’interno dei propri confini internazionalmente riconosciuti. E con essa, nel tempo, è arrivata anche la libertà del mare. Con molta più lentezza, spiega il docente.

Professore, ma quindi quando è iniziata l’epoca della libera navigazione? Non c’è una data precisa?
«Partiamo dalla definizione stessa: con questa espressione intendiamo la pratica di consentire il passaggio di imbarcazioni non-ostili in acque internazionali, definite come tali dai trattati internazionali vigenti. Come siamo giunti a questa concezione? In vari modi: uno dei momenti decisivi è stato un trattato, la Convenzione di Copenhagen del 1857, che ha abolito la pratica del re di Danimarca di raccogliere un pedaggio per il passaggio delle navi che passavano nello Stretto di Oresund, grazie anche al deciso rifiuto degli Stati Uniti di pagare il balzello. E da allora Washington ha sempre più fatto proprio l’onere di tutelare questo principio, tanto da inserirlo tra i principali doveri della sua Marina militare. Per questo oggi gli Stati Uniti di Trump sono simili a uno di quegli imperi abbattuti un tempo».

Come funzionavano questi stati che raccoglievano il pedaggio delle navi? Oltre la Danimarca c’era anche l’Impero Ottomano con il Bosforo e i Dardanelli.
«Il mare è come un’autostrada: le civiltà che sono cresciute vicino alla costa o su un grande fiume sono destinate a diventare importanti, come diceva lo storico Fernand Braudel. Così sia Turchia che la Danimarca hanno estratto immense ricchezze dalle richieste alle navi di passaggio. Nel caso degli stretti di accesso al Mar Nero la situazione è stata risolta tramite un uso dello strumento militare, almeno in parte. Le pressioni della Russia in questo senso hanno aiutato a determinare il suo definitivo status nel 1936, con la convenzione di Montreux. In questo caso la Turchia non ha mai esercitato le sue prerogative fino in fondo, potendo chiudere gli Stretti anche alle navi civili (lo ha fatto solo in occasione della guerra in Ucraina il 28 febbraio 2022, nda)».

Passiamo alla questione di Hormuz: come verrà risolta dagli Stati Uniti? Nel suo saggio descrive l’evoluzione del regime iraniano verso una sorta di giunta militare dei pasdaran. Per questo la situazione vira verso lo stallo?
«Difficile dirlo, perché ci sono due variabili. La prima è la sostanziale irrazionalità decisionale di Trump e la seconda è l’obiettivo migliore possibile, che sarebbe il ritorno all’accordo sul nucleare iraniano siglato dall’amministrazione Obama nel 2015. Dopo la guerra scatenata da Trump gli oppositori interni a qualsiasi patto con gli Usa hanno preso forza, perché i fatti gli hanno dato ragione. In più l’attuale regime è composto da un mosaico di fazioni in conflitto tra loro e per quanto i pasdaran detengano il potere militare, non possono contare su quello decisionale».

Lei ha citato gli scritti di T.R. Fehrenbach, uno storico e reduce della guerra di Corea per dire che l’unico modo per mantenere il controllo dello Stretto da parte americana con i “boots on the ground”. Pensa sia un’opzione però politicamente praticabile?
«Improbabile che lo sia, anche se sia il Segretario alla Difesa Pete Hegseth che il Segretario di Stato Marco Rubio stanno pensandoci seriamente. Il presidente è sensibile alla stampa negativa ed è per questo che ha scelto la tattica del “bombardare per vincere”, per usare un’espressione del politologo Robert Pape, ovvero che si può vincere un conflitto senza spendere vite umane. E fare scendere i soldati a Terra renderebbe Trump ancora più impopolare».

Una prossima amministrazione democratica potrebbe cercare di restaurare un sistema robusto di diritto marittimo? O è ormai troppo tardi?
«Penso che lo faranno, ma bisogna che decidano di continuare con il rafforzamento della Marina militare che attualmente non è il massimo. Se decideranno in questo senso, il resto del mondo si dimenticherà dell’amministrazione Trump, come se non fosse mai accaduta. Perché un mondo multipolare, per quanto sia un’idea attraente sulla carta, in pratica vuol dire avere a che fare con un numero crescente di potenze medie con pochi scrupoli. La stessa idea è una copertura ideologica per il tentativo russo di dominare l’Europa. Non bisogna scordarsi del fatto che gli Stati Uniti hanno ancora tutte le risorse per essere ancora una grande potenza marittima, mentre sia la Russia che la Cina hanno grandi problemi sia economici nello sviluppare la propria potenza navale. Il mondo ci può guadagnare da un’America nuovamente responsabile e controllata, dato che l’alternativa fatta di imprevedibilità e isolazionismo non si è mostrata praticabile».