L’Islanda dice no all’Europa. E scopre che stare “quasi dentro” basta

Il referendum islandese chiude la porta all’adesione all’Ue con un 52,8 per cento di no. Vince il pesce, ma soprattutto vince un’idea molto poco romantica dell’interesse nazionale: prendere dall’Europa quasi tutto ciò che conviene, senza sedersi al tavolo quando arriva il conto

Ultimo aggiornamento 30 agosto 2026 - 14:50

L’Islanda ha detto no. Non a Bruxelles, non all’Europa, non all’Occidente e nemmeno, presumibilmente, alla geografia. Ha detto no alla cosa molto più precisa e prosaica che le veniva chiesta: riaprire i negoziati per entrare nell’Unione europea. Il 52,8 per cento degli islandesi ha preferito lasciare tutto com’era, contro il 47,2 per cento favorevole a rimettere in moto una procedura che Reykjavík aveva già abbandonato nel 2015. Una maggioranza risicata, dunque, ma sufficiente. In democrazia anche il 52,8 per cento può chiudere una porta. E qualche volta può farlo con particolare soddisfazione quando dietro quella porta c’è un pesce.

Perché alla fine, più di Putin, Trump, la Groenlandia, la guerra in Ucraina e le grandi mappe geopolitiche dell’Artico, ha vinto il merluzzo. La pesca rappresenta circa l’8 per cento del Pil islandese e quasi il 40 per cento delle esportazioni. Non è semplicemente un settore economico: è una questione nazionale. L’Islanda ha combattuto con il Regno Unito le cosiddette Cod Wars tra il 1958 e il 1976, una serie di crisi marittime finite con la vittoria islandese e con l’affermazione del principio che, nell’immaginario del paese, il pesce viene prima della diplomazia.

Entrare nell’Ue avrebbe significato accettare la Politica comune della pesca, cioè un sistema nel quale le quote, le catture e l’accesso alle acque vengono regolati attraverso un meccanismo europeo. Bruxelles aveva fatto capire di essere pronta a discutere soluzioni creative e il governo islandese aveva promesso di difendere una sostanziale autonomia nella gestione delle proprie risorse. Ma quando un settore economico ha costruito la propria identità sull’idea di non farsi dire da nessuno quanti pesci può pescare, la parola “creativo” rischia di avere un effetto meno rassicurante di quanto immaginino i funzionari europei. Del resto, il 90 per cento delle imprese legate alla pesca si era dichiarato contrario all’adesione. Non era difficile capire da che parte tirasse la rete.

Il voto racconta anche un’altra storia, più europea e meno ittica: quella della città contro la provincia. Reykjavík ha votato sì. Le due circoscrizioni della capitale hanno superato il 54 e il 57 per cento a favore della riapertura dei negoziati. Nel resto del paese la musica è cambiata: Nordovest, Nordest e Sud hanno votato no con margini superiori al 60 per cento. È il vecchio copione continentale, riproposto in versione nordica: nelle grandi città l’Europa appare come un mercato, una rete di opportunità, un sistema di garanzie; fuori dai centri urbani assomiglia più facilmente a un’autorità che chiede di mettere ordine dove finora le cose, bene o male, funzionavano.

La cosa più interessante, però, è che gli islandesi non hanno votato per uscire dall’Europa. Sarebbe stato difficile, visto che non ci sono mai entrati. Hanno scelto di restare in quella curiosa anticamera che permette di avere moltissimi dei vantaggi dell’integrazione senza partecipare pienamente alle sue istituzioni. L’Islanda fa parte dello Spazio economico europeo, quindi gode dell’accesso al mercato unico; è nello spazio Schengen; partecipa a programmi come Erasmus e Horizon; è integrata in numerosi meccanismi europei e ha recepito migliaia di norme dell’Unione. In compenso non ha un commissario, non elegge eurodeputati con il potere di incidere sulle decisioni degli altri paesi e, quando Bruxelles stabilisce le regole, non dispone del voto che avrebbe da membro.

È un affare strano, ma evidentemente funziona. O almeno funziona abbastanza da convincere gli islandesi che il salto definitivo non valga il rischio. La premier Kristrún Frostadóttir ha osservato durante la campagna che molti cittadini sono soddisfatti dell’attuale rapporto con l’Unione. È difficile darle torto sul piano descrittivo: perché cambiare un contratto che, dal punto di vista islandese, assomiglia già parecchio a un matrimonio con separazione dei beni?

Il risultato arriva inoltre in un momento nel quale l’argomento geopolitico sembrava quasi obbligato. La guerra russa in Ucraina, le ambizioni di Mosca nel Nord Atlantico, la nuova centralità strategica dell’Artico e le pretese americane sulla Groenlandia avrebbero potuto spingere Reykjavík verso una maggiore integrazione europea. Non è successo. Gli islandesi hanno evidentemente ritenuto che la sicurezza si possa cercare attraverso la Nato e la cooperazione occidentale senza necessariamente trasformare l’adesione all’Ue in una questione di sopravvivenza.

Per Bruxelles, il problema è persino più interessante. L’Islanda era il candidato ideale: ricca, stabile, democratica, occidentalissima, con un’economia sviluppata e quasi tutta l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili. Con un Pil pro capite intorno agli 84 mila euro, avrebbe potuto entrare dalla porta principale della sala d’attesa dell’allargamento e sedersi davanti a paesi che aspettano da più di dieci anni. Il suo no evita all’Ue l’imbarazzo di spiegare perché un paese già pronto dovrebbe saltare la fila mentre Albania, Montenegro, Serbia, Macedonia del Nord, Bosnia-Erzegovina, Moldova, Georgia, Turchia e Ucraina continuano a percorrere un itinerario fatto di riforme, capitoli negoziali e promesse spesso più lunghe delle stagioni.

Ma il vero interrogativo riguarda il modello europeo. Per i paesi dell’Est e dei Balcani l’Unione resta una promessa di crescita, stabilità e protezione geopolitica. Per un paese ricco e già profondamente integrato, invece, può apparire come un compromesso: più regole, meno sovranità, qualche vantaggio aggiuntivo e parecchi dossier da negoziare. Non esattamente una proposta irresistibile.

Norvegia docet: due referendum, nel 1972 e nel 1994, e due no. Il Regno Unito, nel 2016, fece qualcosa di ancora più radicale: era già dentro e decise di uscire. Il margine della Brexit, 51,9 contro 48,1, somiglia parecchio a quello islandese. In Europa, insomma, il grande entusiasmo per l’integrazione sembra spesso dipendere da quanto si è già ricchi, da quanto si è lontani dalle minacce e, soprattutto, da quale pezzo della propria sovranità si teme di dover mettere sul tavolo.

L’Islanda ha scelto di non scoprirlo. Ha preferito il suo curioso equilibrio: abbastanza Europa da prosperare, abbastanza distanza da sentirsi padrona di casa. È una posizione poco romantica, ma proprio per questo molto politica. E forse è la lezione più scomoda del referendum: l’Europa convince facilmente chi ha bisogno di entrarci. Convincere chi sta già abbastanza bene appena fuori è un mestiere molto più difficile.