La guerra delle materie prime comincia dal cassetto / ANALISI

L’Europa dipende dalle materie prime straniere, ma miliardi di risorse strategiche sono già custoditi nelle sue case

Ultimo aggiornamento 5 settembre 2026 - 14:04

La prossima frontiera della competizione geopolitica non passa soltanto dalle miniere di litio, dai giacimenti di terre rare o dalle rotte marittime che trasportano metalli verso le fabbriche. Passa anche dalle città europee. Mentre Bruxelles cerca di ridurre la dipendenza dalle materie prime importate, una parte consistente delle risorse di cui ha bisogno è già entrata nel continente, trasformata in telefoni, computer ed elettrodomestici e poi dimenticata nei cassetti.

Secondo un rapporto di Cradle to Cradle e Boston Consulting Group, nelle apparecchiature elettriche ed elettroniche presenti nelle abitazioni europee sono incorporati materiali per un valore stimato di 65 miliardi di euro. Un patrimonio che l’Europa, in larga misura, non recupera. Poco più del 40% dei rifiuti elettronici viene infatti raccolto formalmente nell’Unione.

Il dato più rilevante è però qualitativo. I materiali critici costituiscono circa il 10% del volume dell’e-waste, ma rappresentano il 75% del suo valore. Il problema europeo, dunque, non è soltanto la scarsità di risorse. È l’incapacità di trasformare in patrimonio strategico quelle che già possiede. Lo smartphone è il simbolo di questa contraddizione. I telefoni inutilizzati nelle case europee conterrebbero materie prime critiche per circa 3,5 miliardi di euro. Singolarmente valgono poco o nulla. Moltiplicati per centinaia di milioni di dispositivi, diventano una riserva mineraria urbana.

La posta in gioco è più ampia del riciclo. La transizione energetica aumenta la domanda di materie prime necessarie per batterie, reti elettriche, veicoli, impianti e tecnologie rinnovabili. Se l’Europa sostituisce la dipendenza dagli idrocarburi con quella dai minerali, senza costruire filiere alternative, cambia il tipo di vulnerabilità senza eliminarla.

Da qui l’importanza del cosiddetto urban mining: recuperare metalli e materiali dai prodotti a fine vita come se fossero miniere distribuite nel territorio. Una risorsa particolarmente interessante perché non richiede nuove concessioni, non dipende da governi stranieri e, soprattutto, riguarda materiali già estratti, raffinati e trasportati in Europa.

Il caso delle lavatrici mostra il potenziale industriale. I grandi elettrodomestici venduti nell’Ue sono in larga parte prodotti localmente. Se vengono progettati per essere smontati e recuperati, il fabbisogno di materiali primari per un nuovo apparecchio potrebbe ridursi della metà. La progettazione industriale diventa così una questione di sicurezza economica.

Bruxelles ha fissato al 2030 l’obiettivo di riciclare almeno il 25% delle materie prime strategiche e ha introdotto il diritto alla riparazione. Ma le norme non bastano. Servono raccolta capillare, impianti di recupero, standard comuni e incentivi che rendano economicamente conveniente riportare i materiali nel ciclo produttivo.

La Germania ha già definito le materie prime un possibile “tallone d’Achille” della propria industria. La risposta proposta dagli ambienti industriali combina estrazione domestica, riciclo e nuove partnership internazionali. È probabilmente questa la strada europea: non scegliere tra miniere e riciclo, ma costruire una strategia che moltiplichi le fonti di approvvigionamento.

Perché la geopolitica delle risorse non si combatte soltanto nelle miniere africane, nei porti asiatici o nelle catene industriali cinesi. Si combatte anche dentro l’Europa. Ogni materia prima recuperata da un vecchio dispositivo è una materia prima che non deve essere nuovamente estratta, acquistata e importata.

L’autonomia strategica europea potrebbe dunque avere un aspetto sorprendentemente domestico. Prima di cercare nuove miniere nel mondo, l’Europa dovrebbe imparare a sfruttare quelle che ha già nelle proprie case.

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