La Norvegia si allontana dai Treasury americani: il grande riposizionamento del fondo sovrano

Il fondo norvegese riduce i titoli pubblici americani, aumenta il credito e cerca rendimento, mentre cambia l’equilibrio dei grandi investitori internazionali

Donald Trump

Ultimo aggiornamento 4 settembre 2026 - 10:23

Il più grande fondo sovrano del mondo prepara una correzione della propria strategia obbligazionaria che riguarda soprattutto gli Stati Uniti. Norges Bank Investment Management, il braccio che gestisce il patrimonio norvegese da circa 2.300 miliardi di dollari, ha proposto di ridurre sensibilmente il peso dei titoli di Stato nel portafoglio obbligazionario. Il punto più rilevante riguarda i Treasury americani, la cui quota sarebbe destinata a scendere dal 34,1 al 21,9 per cento.

La proposta è contenuta in una lettera inviata al ministero delle Finanze norvegese dai vertici di Norges Bank Investment Management. L’obiettivo non è abbandonare il debito pubblico, che continuerebbe a rappresentare una componente essenziale del portafoglio, ma modificare il rapporto tra sicurezza, liquidità e rendimento. Secondo i gestori, mantenere il 50 per cento dell’indice obbligazionario in titoli governativi sarebbe sufficiente per affrontare fasi di forte turbolenza, lasciando al fondo maggiore spazio per investire in attività capaci di offrire premi più elevati.

La revisione avrebbe conseguenze anche sulla composizione geografica. La quota destinata ai titoli governativi dell’area euro scenderebbe dal 16,8 al 14,1 per cento, mentre quella dei titoli di Stato giapponesi salirebbe dal 4,6 al 7,4 per cento. Ma la trasformazione più significativa sarebbe all’interno del comparto americano: i Treasury perderebbero spazio a favore del debito non governativo statunitense.

Norges Bank Investment Management vorrebbe infatti portare la quota di obbligazioni societarie e di altri strumenti a reddito fisso non governativi americani dal 16,2 al 27,6 per cento. Una scelta che riflette la natura particolare del fondo norvegese: un investitore con un orizzonte temporale estremamente lungo, una grande capacità di sopportare oscillazioni temporanee e l’obiettivo di preservare nel tempo la ricchezza accumulata grazie alle entrate petrolifere del paese.

Tra gli strumenti considerati con maggiore interesse ci sono anche i mortgage-backed securities, cioè i titoli garantiti da portafogli di mutui immobiliari. È una categoria che porta inevitabilmente alla memoria la crisi finanziaria del 2008, quando la finanza strutturata legata ai mutui americani fu al centro del collasso del sistema. Ma per Nicolai Tangen, amministratore delegato del fondo, e Ida Wolden Bache, governatrice della banca centrale norvegese, il punto è proprio la capacità di questi strumenti di svolgere una funzione diversa rispetto alle azioni e, in alcune circostanze, alle obbligazioni societarie.

Per un investitore di lunghissimo periodo, spiegano i vertici, i mortgage-backed securities possono offrire un premio aggiuntivo senza perdere completamente le caratteristiche difensive che rendono appetibile il debito pubblico. La loro dinamica può infatti essere diversa da quella degli investimenti azionari nelle fasi di crisi, contribuendo a ridurre la volatilità complessiva del portafoglio.

La scelta arriva mentre il tema della sostenibilità dei conti pubblici americani occupa sempre più spazio nelle valutazioni dei grandi investitori internazionali. Il debito federale degli Stati Uniti ha superato la soglia dei 40 mila miliardi di dollari e la crescente necessità di finanziamento del governo pone interrogativi sulla capacità del mercato di assorbire nel lungo periodo un’offerta sempre più ampia di Treasury. In questo contesto, la decisione norvegese assume un significato che va oltre i numeri del singolo portafoglio.

Il fondo di Oslo non è infatti un investitore qualsiasi. Detiene circa 1.650 miliardi di dollari in azioni e 592 miliardi in strumenti a reddito fisso, arrivando a possedere quasi l’1,5 per cento delle società quotate nel mondo. Quando modifica anche marginalmente la propria allocazione, manda un segnale agli altri grandi gestori istituzionali: la diversificazione non riguarda più soltanto paesi e valute, ma anche la natura stessa del rischio sovrano.

Norges Bank Investment Management sta inoltre cercando di cambiare il criterio con cui vengono pesati i titoli governativi. Oggi la componente pubblica dell’indice tiene conto in larga misura delle dimensioni economiche dei paesi, mentre il nuovo approccio privilegerebbe la capitalizzazione del mercato obbligazionario. La ragione è evidente: nelle economie sviluppate il rapporto tra dimensione dell’economia e quantità di debito emesso è diventato sempre meno uniforme.

Il riposizionamento dei Treasury va letto anche alla luce dell’altra grande caratteristica del portafoglio norvegese: l’enorme esposizione all’economia tecnologica americana e asiatica. Il fondo ha beneficiato fortemente negli ultimi anni della crescita dei grandi gruppi tecnologici e dei produttori di semiconduttori legati all’intelligenza artificiale. Ma Tangen ha avvertito che rendimenti di questa natura non possono essere considerati permanenti.

Un’analisi interna dello stesso fondo ha quantificato il rischio di una correzione dell’intelligenza artificiale: in uno scenario particolarmente severo, il patrimonio potrebbe subire una perdita di circa 740 miliardi di dollari, pari al 35 per cento del valore complessivo. È un dato che aiuta a comprendere la logica della nuova strategia. Se una parte consistente del patrimonio è esposta a società tecnologiche e a fattori di crescita simili, diventa necessario costruire dall’altra parte del portafoglio fonti di rendimento e protezione che non dipendano dagli stessi rischi.

Il fondo norvegese nasce nel 1998 con una missione precisa: trasformare le entrate derivanti dalle risorse energetiche in ricchezza finanziaria per le generazioni future. La sua filosofia impone quindi di guardare oltre il ciclo economico e oltre le mode d’investimento. La riduzione dei Treasury non rappresenta una rottura con gli Stati Uniti, né tantomeno un ritiro dal mercato americano. È piuttosto il tentativo di evitare che la sicurezza percepita di un singolo grande mercato obbligazionario diventi, nel tempo, una concentrazione di rischio.

La vera novità è dunque nella direzione del viaggio: meno debito pubblico americano, più credito, più strumenti garantiti da attività reali e una distribuzione geografica meno legata alla sola dimensione delle economie. Per un investitore delle dimensioni della Norvegia, la parola chiave non è fuga, ma equilibrio. E il messaggio implicito ai mercati internazionali è che anche il bene rifugio per eccellenza deve oggi conquistarsi il proprio posto in portafoglio.

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